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9 nuovi modi per insegnare ai nativi digitali a odiare la lettura

Nel 1964, un anno prima che io potessi aprire i miei occhi da bambino per vedere il mondo, Gianni Rodari già apriva gli occhi dei miei genitori e degli adulti sul quel mondo e su tutte le sovrastrutture e i codici linguistici moderni attraverso cui veniva raccontato ai bambini: dal libro alla televisione, dai fumetti ai cartoni animati, al cinema… E lo fece in particolare con un articolo destinato a fissarsi nel tempo e nella memoria, perché in grado di interrogarci, ancora una volta, sul rapporto educativo tra gli adulti e i bambini attraverso il potere liberatorio della parola, soprattutto oggi che si presenta attraverso nuove e molteplici finestre virtuali, fatte più di bit che di atomi. L’articolo, intitolato 9 modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura”, apparve originariamente sul “Giornale dei Genitori” (oggi lo trovate nel testo “Scuola di fantasia”, Einaudi) ed è suddiviso in 9 punti: un quasi-decalogo che io immagino forse lo stesso Rodari abbia desiderato restituire imperfetto nella sua declinazione, non ingabbiato negli spazi troppo angusti e noiosi di una legge, ma aperto anche a riflessioni ed esperienze sempre nuove.

Premetto che amo follemente Rodari (lui e Roald Dahl sono gli eroi della mia infanzia) e, in virtù di questo, spero che non ne abbiate a male se vi propongo oggi una rilettura del suo quasi-decalogo alla luce dei giorni nostri, con la speranza che diventi un rinnovato spazio di riflessione, che si apra alla libertà della parola, ovvero a un’educazione alla lettura aperta a considerare tutte le esperienze, gli strumenti, gli spazi e i linguaggi dei più giovani, soprattutto quelli a loro più comuni e ordinari, prendendoci così il compito di attualizzare un messaggio che Rodari – che ci ha lasciato agli albori dell’era digitale – non avrebbe mai avuto modo di considerare.

#1 Presentare il libro come alternativa allo smartphone

“Leggi invece di stare sempre al telefonino”, “Te lo butto quel telefonino”, “Prendi i libri di scuola, invece che perder tempo con quelle stupidate sul telefonino”… Quante volte ci troviamo a rimproverare i nostri figli con frasi del genere? E quante volte ci siamo invece interessati a capire cosa interessi ai nostri figli dentro lo schermo di un telefonino? L’adulto spesso ascolta già per rispondere invece che per capire.

Ricordo a una conferenza con i genitori di una scuola primaria a cui parlavo di media education, difronte a una serie di criticità che declinavo in merito all’uso non consapevole dei nuovi media digitali, l’intervento di una mamma che mi raccontava di aver visto, due giorni prima in un ristorante, una bambina in un tavolo vicino, che annoiata continuava a chiedere insistentemente alla sua mamma di andare via. Con aria complice di disapprovazione, attendendo da me conferma su quanto stava dicendo, la signora concluse: “Si figuri che a quel punto sua mamma per farla tacere e tenerla tranquilla le diede in mano il suo smartphone per farla giocare…”. Questo meccanismo, che spesso gli adulti consapevolmente o inconsapevolmente mettono in pratica, si chiama “pass-back effect” e viene a priori additata come prassi diseducativa, anche se in realtà in un contesto di apprendimento auto-diretto del minore potrebbe anche non esserlo. Fatto sta che il resto dei presenti condivise subito la stessa disapprovazione, annuendo con la testa. Cosa stanno disapprovando, mi chiedevo tra me e me: il fatto che la mamma non rispondesse alle richieste di attenzione della bambina o il pass-back? Decisi, allora, di rispondere a quella mamma, aprendo un’ulteriore corto circuito di analisi, per capire meglio qual era il focus del problema: “Ma se la mamma avesse passato alla bambina un libro da leggere, invece dello smartphone, avreste avuto la stessa reazione o l’avreste giudicata meglio?”. La reazione fu assai curiosa, perchè vidi nei loro volti accendersi una luce: la lettura di un libro sarebbe stata ben accetta come prassi educativa da parte della mamma, quella di uno smartphone no.

Il libro veniva a priori accettato come strumento di autoapprendimento, per il solo fatto che i bambini attraverso i libri praticano la lettura e su questo vorrei porre subito una riflessione: da un lato i genitori si focalizzano molto sull’apprendimento del linguaggio alfabetico dei loro figli, occupandosi di accrescere le loro competenze in lettura e scrittura, talvolta avendo anche fretta di anticipare i tempi rispetto alla fase scolare, dall’altro non si preoccupano di insegnare loro a utilizzare in maniera consapevole quell’immensità variegata di linguaggi che quotidianamente li circondano e sono più connaturati alla loro generazione, come la smart TV (Netflix p.e.), il web, i videogiochi, i social network, tutti mezzi di comunicazione che posseggono una loro specifica semiotica e che oggi possono confluire anche all’interno di un unico dispositivo – lo smartphone – che, volenti o nolenti, viaggerà con loro e li seguirà, tracciandone spostamenti, relazioni, attività in rete una volta divenuti più grandi. Se la nostra risposta è, fin da piccoli, “Non puoi usare il telefonino”, ovvero ti nego l’accesso al tuo mondo, alle tue storie, al tuo diritto di leggere e costruire storie e relazioni anche attraverso nuovi strumenti e linguaggi del mio tempo, che si rivelano spesso anche molto creativi (si pensi per esempio a Tik-tok, ai meme, alle gif animate, ai video, ai cortometraggi…) in cambio di un libro, sarà un modo, come direbbe Rodari, per gettare “un’ombra di fastidio e castigo” sul libro e la lettura, che non portare i bimbi ad amarla, tanto che, parafrasando Rodari, potremmo dire: “Togliere uno smartphone per far leggere un libro, porta il bambino a odiare la lettura”. Le mediazioni restrittive sono importanti, ma se controbilanciate da quelle educative. Limitare e censurare tampona il problema al momento, ma non lo risolve. Incentivare la lettura fin da piccoli non ci “garantisce” che poi da adolescenti non trascorreranno comunque sei ore e più al giorno incollati al telefonino, come infatti succede.

#2 Presentare il libro come alternativa al videogioco

Noto quanto spesso genitori ed educatori, ma anche esperti pedagogisti, siano molto aperti ad accendersi di entusiasmo nell’accettare l’idea che il gioco abbia un ruolo fondamentale e importante nello sviluppo del bambino, quanto sono pronti di contro a scagliarsi per principio contro i videogiochi, etichettati a priori come diseducativi. Con questo non voglio dire che molti effettivamente lo siano – d’altronde esistono anche libri e film diseducativi – ma che in generale il linguaggio dei videogiochi non lo è.

In un documento che abbiamo messo a punto assieme a un gruppo multidisciplinare di esperti coordinati dal Centro per la Salute del Bambino Onlus “Tecnologie digitali e bambini: indicazioni per un utilizzo consapevole” vengono evidenziati per esempio, accanto alle giuste criticità, anche i benefici derivanti da questa forma particolare di intrattenimento, in grado di facilitare l’apprendimento e lo sviluppo cognitivo perfino dei più piccoli.

Tuttavia, indipendentemente da quelli che possono essere i vantaggi o gli svantaggi dei videogiochi, vorrei aprire una riflessione sull’esperienza narrativa e identitaria che i giovani fanno attraverso i videogiochi. In questo trovo illuminante la difesa di Rodari nei confronti di Goldrake, a due anni dalla sua prima apparizione nel palinsesto della TV dei ragazzi su Rai2 del 1978. Goldrake era il capostipite in Italia di una serie di cartoni animati giapponesi che con la loro ondata di novità rompevano ogni schema e aprivano le porte a una nuova e diversa cultura. Avevano appena fatto capolino sulla TV di Stato che già venivano condannati come fuorvianti, demagogici, mostruosi e violenti. Più o meno come vengono giudicati i videogiochi oggi. Gianni Rodari allora andò oltre il giudizio spicciolo per coglierne invece l’aspetto mitico-narrativo:

“Bisognerebbe vedere oggettivamente, liberandoci dai nostri pregiudizi personali, che cos’è per un bambino l’esperienza di Goldrake […] Bisognerebbe chiedersi il perché del loro successo, studiare un sistema di domande da rivolgere ai bambini per sapere le loro opinioni vere, non per suggerire loro delle opinioni, dato che noi spesso facciamo delle inchieste per suggerire ai bambini le nostre risposte […] Invece di polemizzare con Goldrake, cerchiamo di far parlare i bambini di Goldrake, questa specie di Ercole moderno. Il vecchio Ercole era metà uomo e metà dio, questo in pratica è metà uomo e metà macchina spaziale, ma è lo stesso, ogni volta ha una grande impresa da affrontare, l’affronta e la supera. Cosa c’è di moralmente degenere rispetto ai miti di Ercole?” (G. Rodari, Dalla parte di Goldrake ,Rinascita, n. 41, 1980)

Un concetto su cui mi piace insistere è che le storie prima ancora di essere libri sono esperienze. Esperienze da vivere. Le storie sono il mondo del possibile dove la vita di grandi e piccoli può mettersi in gioco e fare nuove esperienze reali in una dimensione virtuale. È il gioco del farefintache dei bambini, la dimensione in cui un loro piccolo grande problema, un disagio, una grande gioia interiore vengono messi in scena davanti ai loro occhi in un gioco di ruoli e situazioni immaginari. Le storie sono esperienze reali, o meglio – come mi disse Bruno Tognolini qualche anno fa – “sono già realtà aumentata”. In questo senso la storia di Goldrake non si discosta da quella di Ercole, perchè le storie hanno la stessa funzione dei miti classici e delle fiabe che, come dice Calvino, sono vere perchè forniscono in forma simbolica una spiegazione generale della vita.

Le storie hanno quindi una funzione educativa, in quanto sono il luogo in cui l’esperienza del singolo incontra quella della sua comunità e ne trae senso, identità culturale: non possono quindi esistere solo nei libri, ma anche nelle rappresentazioni del proprio tempo, come videogiochi, app, cartoni animati, fumetti, cinema, internet. Non è importante quale sia il supporto tecnologico – se un libro, la televisione, un computer, uno smartphone o una console di videogiochi – ma se le storie si parlano, se possono essere vissute come esperienze comuni, dove mettere in gioco le proprie esistenze. In questo senso, non sempre uno schermo deve rappresentare una cornice di separazione, ma può diventare una cornice di connessione e relazione fra mondi e territori diversi. Se vogliamo entrare nei mondi dei bambini e dei ragazzi dobbiamo farlo nei loro luoghi e con i loro linguaggi, che significa metterci veramente in gioco, fare-finta-che.

Un punto di partenza concreto potrebbe essere, per esempio, il fatto che tutte le storie trovano spesso una radice comune nella struttura del monomito archetipico del viaggio dell’eroe – teorizzato e ben analizzato da Joseph Campbell e applicato poi da Christopher Vogler – in cui Ercole, Edipo non sono diversi da Pinocchio, la Bella e la Bestia, Harry Potter, Star Wars, ma nemmeno da Game of Thrones o Life is strange, un videogame che parla di bullismo, sessualità e passaggio alla vita adulta.

#3  Dire ai bambini di oggi che noi da bambini una volta leggevamo di più

“Una volta si leggeva di più!” ironizza Rodari sui genitori che rimproverano ai loro figli di tenersi lontani dai libri e aggiunge: “L’adulto ha spesso la tentazione (e raramente vi resiste) di lodare “i suoi tempi”, specie quelli di quand’era bambino, che la memoria gli dipinge di vivaci colori e gli presenta come una stagione ideale. La memoria è un’adulatrice e un’imbrogliona di prima forza, ma è difficile rendersene conto”.

Mi diverto molto a presentare ai genitori, quando ne ho la possibilità in conferenza, un’immagine della Generazione Z, quella dei Duemila, per intendersi. Sono seduti per terra, in strada, tutti con gli occhi incollati al loro telefonino e d’un tratto sull’immagine spuntano uno dopo l’altro gli epiteti con cui il mondo adulto oggi li etichetta: “bamboccioni”, “choosy”, “sdraiati” e così via. La platea adulta di solito sorride e si compiace più o meno nascostamente: in qualche modo quei giudizi sotto sotto trovano conferma nel loro animo pensando ai ragazzi di oggi, almeno fino a quando non faccio vedere l’immagine successiva che ritrae un gruppo di giovani anni Settanta, quelli della Generazione X (tratta dal film “Giovani, carini e disoccupati”), seduti anch’essi in gruppo, per strada, con lo sguardo assente nel vuoto. E anche per questi spuntano nella slide giudizi devastanti come “fannulloni”, “nullafacenti”, “senza obiettivi”, “senza ideali”. Molti sguardi in platea a quel punto rimangono traditi, sospesi come quelli dei ragazzi nella foto, e io di solito aggiungo: “Questi siamo noi, i genitori dei nullafacenti di prima…”

È interessante guardarsi allo specchio quando giudichiamo i nostri figli e a pensarci bene, dire che noi, figli della televisione commerciale, della pubblicità, di Tex Willer e dei supereroi della Marvel, cresciuti con i primi personal computer e i videogiochi, abbiamo dedicato molto tempo alla lettura di libri e siamo più competenti o intelligenti di loro è un mito azzardato, che forse non possiamo vendere ai nostri figli: mentre l’80% dei ragazzi raggiunge il livello minimo richiesto per la comprensione di un testo, solo il 50% degli adulti riesce a farlo (dati OCSE-PIAAC 2018) e basterebbe questo a farci riflettere sul livello culturale della nostra generazione prima di esprimere giudizi sui nostri ragazzi.

In realtà i nostri figli, nonostante noi, leggono e anche più di noi. I dati forniti dal report dell’AIE e Nati per Leggere 2019, per esempio, ci incoraggiano, perché sta aumentando la lettura dei libri ad alta voce e in autonomia nelle famiglie con bambini più piccoli. Se con l’adolescenza la lettura di libri ha una flessione e tende a diminuire man mano che l’età avanza, non significa che gli adolescenti non leggano, ma che cambia probabilmente il loro modo di accedere alla lettura, spostandosi dalla carta stampata ai bit e a nuove forme e linguaggi che i genitori continuano a ignorare, quando invece sarebbero chiamati per primi a far loro gradualmente conoscere e comprendere fin dall’infanzia in maniera consapevole.

#4 Ritenere che i bambini abbiano troppe distrazioni digitali

La distrazione digitale è un altro paradosso del mondo adulto. Dire ai ragazzi di leggere un libro e non oziare dietro al telefonino, quando l’adulto ci rimane incollato 5 ore in media al giorno, non è un esempio edificante, soprattutto per i più piccoli, i quali non pensano che i loro genitori – quando sono sullo smartphone – stiano lavorando, ma giocando tutto il giorno con Angry Birds… Da una recente indagine (DiTe, 2018) è emerso che di fronte alla domanda di una figlia o un figlio a uno dei genitori, mentre questi ultimi stanno guardando lo smartphone le risposte sono: “Un attimo…” (38%), “Cosa?” (22%), “Ti sto ascoltando (15%), “Ora arrivo” (12 %). Solo il 2% risponde: “Dimmi…” e stacca l’attenzione dal telefonino. Questo atteggiamento, soprattutto da parte dei bambini significa non essere considerati, non valere l’attenzione dei genitori e questo potrebbe andare a scapito della fiducia e autostima in sè stessi. Anche qui la riflessione andrebbe rovesciata: quanto le distrazioni digitali allontanano in realtà gli adulti dall’ascolto delle esigenze dei figli e da una relazione emotiva? Ha senso continuare a chiedere ai giovani di non distrarsi dietro a TV, smartphone e social network, quando siamo i primi a farlo?

Viviamo in un mondo iperconnesso e questo, che noi lo vogliamo o no, è un dato di fatto, un cammino da cui non possiamo tornare indietro e la costruzione di identità di un giovane passa anche attraverso lo smartphone e le relazioni sociali in rete. Tuttavia questo può rappresentare per i ragazzi una grande opportunità, invece che un grande rischio.

#5 Dare la colpa ai digital media se i bambini non amano la lettura

“Dare la colpa ai bambini” diceva Gianni Rodari “oltre che facile, è comodissimo, perché serve a coprire le colpe proprie”. E anche qui l’interrogativo potrebbe essere riflesso: come possiamo incolpare i bambini di non amare la lettura, se siamo noi i primi che non leggono? Solo il 40,6% degli italiani legge almeno un libro all’anno e mentre noi accusiamo i più giovani di non leggere, loro sono in realtà quelli che leggono di più (54,5%). Dall’osservazione ISTAT 2018 emerge anche come la lettura sia fortemente influenzata proprio dall’ambito familiare: ad esempio, legge il 74,9% degli adolescenti che ha genitori che leggono e solo il 36,2% di coloro che hanno genitori che non leggono e il dato più allarmante ormai da un ventennio è che una famiglia su dieci in Italia non ha alcun libro in casa.

E non serve nemmeno dare la colpa a smartphone, web, videogiochi, social network che distraggono i giovani dalle attività più “importanti”, visto che oggi l’auto-assoluzione dei genitori passa anche attraverso la demonizzazione degli strumenti digitali. La censura, le mediazioni restrittive sono sempre la strada più facile per de-responsabilizzarsi in ambito educativo. Attuare il pass-back di un tablet o di un libro è la stessa cosa. Se vi dicessi che anche la lettura può isolare i ragazzi e abituarli a un’unica linea di pensiero e quindi a un pensiero convergente? Mi dareste del pazzo! E invece anche questo può fare la tecnologia dell’alfabeto. Non possiamo, quindi, dare la colpa ai nuovi strumenti che i giovani hanno per comunicare e non è certo la censura che risolve il problema: i nuovi media digitali, internet, ormai ci sono, esistono, sono nuove forme e modelli culturali, estendono le nostre comunicazioni, pervadono quotidianamente le nostre relazioni sociali, le nostre abitudini, aprono continui spazi di interconnessione tra la nostra realtà organica e quella virtuale, influiscono sul nostro modo di pensare, così come ha fatto la tecnologia dell’alfabeto 3000 anni fa. Non ha senso chiedersi se siano “buoni” o “cattivi”. Semplicemente fanno parte di noi, di un’esperienza che il bambino ha diritto a vivere nella sua completezza, consapevolmente, nel giusto modo, senza subire inutili censure.

#6 Trasformare il libro in strumento di tortura e i media digitali nel paese dei balocchi

Il libro dev’essere esperienza di gioco, non uno strumento di fatica, diceva Rodari, ma ancor oggi la scuola lo fa vivere come una costrizione da cui i ragazzi, quando possono, fuggono verso interessi che li divertono di più, come TV e social network. Se poi anche la scuola crea una cesura netta tra lo studio dei libri e il paese dei balocchi, precludendo a priori l’uso di dispositivi digitali in classe, abbiamo definitivamente creato un’antitesi fra questi due mondi e la consapevolezza che divertimento, lettura e studio non possono mai trovare una piattaforma d’azione comune. La scuola non può lavorare solo sulle mediazioni restrittive, ma soprattutto su quelle educative, cercando di capire come i ragazzi usano le nuove tecnologie e i nuovi strumenti di conoscenza, la loro semantica, e sviluppare nei loro confronti un atteggiamento consapevolmente critico e costruttivo, uscendo dalla sua auto-referenzialità e favorendo in questo modo l’interazione con la cultura e i mondi dei bambini, compresi quelli digitali.

Anche un videogioco può essere utile ad alimentare il bagaglio cognitivo dei bambini, soprattutto se si tratta di un gioco di simulazione come, per esempio, molte delle app pubblicate da Toca Boca. I giochi di simulazione spingono infatti i bambini a confrontarsi direttamente con esperienza reali e ad attivare e mettere assieme immediatamente le loro conoscenze e competenze, per arrivare di volta in volta a trovare una soluzione e superare un problema con buone ricadute in termini di apprendimento, di competenze e autostima.

Lancio una provocazione, che però vuole stimolare nuove riflessioni: penso che, se Aristotele emerso dall’Ade giungesse fin qui ai nostri giorni, preferirebbe di gran lunga giocare a un videogioco, invece che leggere un libro tradizionale, se non altro perché nella sua Poetica descrive la drammaturgia (dal greco dràma, ossia azione, storia) come la forma più sublime di narrazione, in quanto rappresentazione armonica di un insieme di tante espressioni artistiche come la danza, il canto, la poesia – in pratica una forma di multimedialità antelitteram – “mentre l’arte che si vale soltanto dei nudi discorsi e quella che si serve dei metri, sia mescolandoli tra loro, sia di un’unica specie si trovano ad essere prive di un nome”. È curioso che proprio quest’ultima, la letteratura, allora poco considerata dal filosofo greco, al punto da non darle un nome, nei secoli successivi finisse con l’adottare proprio il suo trattato come principale canone di riferimento.

#7 Rifiutarsi di leggere sui dispositivi digitali assieme ai bambini

“La voce della madre, del padre (e del maestro) ha una funzione insostituibile. Tutti obbediamo a questa legge, senza saperlo, quando raccontiamo una favola al bambino che ancora non sa leggere, creando, per mezzo della favola, quel lessico familiare nel quale l’intimità, la confidenza, la comunione tra padri e figli si esprimono in modo unico e irripetibile” afferma Rodari. Tutti ormai sappiamo quanto è importante la lettura ad alta voce e la lettura dialogica, che è già una forma interattiva di narrazione con l’ascoltatore, in cui i ruoli si rovesciano e anche il bambino, stimolato dall’adulto, diventa egli stesso narratore della storia.

La lettura dialogica assume ancora più importanza nella lettura attraverso uno schermo e prende il nome di co-viewing. Quello che emerge dalla ricerca scientifica (Strouse, O’Doherty, Troseth, 2013) è che ciò che imparano i bambini dai nuovi media digitali dipende molto dal tipo di contenuto, ma ancor di più dal contesto in cui quei contenuti vengono utilizzati e dalle persone che interagiscono in quel processo. L’adulto può, infatti, intervenire di volta in volta con delle domande, per assicurarsi che il bambino abbia compreso il messaggio che è stato dato dal gioco o dall’app che si sta utilizzando e per approfondirne alcuni aspetti. Se il bambino non ha compreso i concetti o non individua i fatti espressi, può essere utile ricondurli a contesti e metafore a lui più familiari, che riguardano il suo mondo, in grado di motivare maggiormente la sua attenzione e agevolare in questo modo da parte sua una lettura più critica, abilitare un confronto dialettico con lui e rispondere alle domande che, a quel punto, alimenteranno la sua curiosità e volontà di approfondire. Compito principale dell’adulto sarà ovviamente cercare di assecondare gli interessi specifici del bambino, scegliendo app e contenuti online in grado di stimolare la sua curiosità.

In particolare, lo storytelling interattivo incornicia la relazione adulto-bambino in una nuova dimensione narrativa e diventa piattaforma di dialogo dove è possibile mettere in scena subito relazioni, gioie, dolori, gelosie, abbandoni nelle situazioni e nei dialoghi di un racconto digitale, un mondo possibile dove grandi e piccoli, giocando, possono dichiararsi e conoscersi, interpretando la storia e diventandone protagonisti.

#8 Non offrire una scelta di qualità

Non tutte le caratteristiche interattive del prodotto digitale finiscono tuttavia con l’offrire benefici. Un’esperienza utente progettata in maniera poco adeguata, per esempio, può togliere spazio al confronto tra genitori e figli e far convergere la loro attenzione più sulle meccaniche d’uso (individuazione delle zone attive, per esempio) o su loop ludici, che esulano dal contesto narrativo, deconcentrando di fatto continuamente il bambino e riducendo le sue possibilità di apprendimento. Alcune ricerche sottolineano anche come la risposta da parte di un dispositivo rischi di innescare meccanismi di ricompensa del cervello in grado di generare assuefazione.

Risulta evidente quindi l’importanza che riveste per gli editori e sviluppatori digitali una progettazione attenta, centrata sulle esigenze educative e cognitive dei bambini, ma anche in grado di offrire ai genitori il giusto supporto e gli strumenti adeguati per gestire, adeguare e personalizzare l’esperienza di apprendimento. Spesso, tuttavia, incontro genitori, educatori e insegnanti che mi chiedono consigli per individuare app, e-book interattivi e videogiochi di valore nella miriade di applicativi presenti negli store online, in cui predominano per lo più i videogiochi più famosi e pubblicizzati e i prodotti più scaricati, a scapito di produzioni di editori e autori indipendenti, che spesso hanno un maggior valore e rilievo dal punto di vista educativo e letterario rispetto ai primi.

Da questo punto di vista ci vengono incontro alcuni servizi online, come Mamamò che si propone come guida per genitori ed educatori, attraverso la recensione e la selezione curata di app, e-book, videogiochi, canali video, film e serie tv dedicate ai più piccoli.

#9 Educare i bambini a leggere i nuovi media

Le nuove tecnologie digitali di rete esistono e possono essere una grande opportunità invece che un grosso rischio, ma preoccuparsi di educare ai media quando i figli sono già grandi è difficile. Più facile è seminare prima, quando sono piccoli, con cura, coerenza e costanza. La soluzione non è escludere i propri figli dalla grande esperienza della comunicazione digitale, ma sviluppare in loro, fin da piccoli, la consapevolezza della cornice che separa il loro mondo reale e privato dal loro mondo virtuale e pubblico: educandoli al senso della privacy, al significato e alle modalità d’uso dei diversi canali e degli strumenti di comunicazione in rete, responsabilizzandoli nell’uso attraverso regole semplici, immediate, ma costanti, rinforzando in loro la consapevolezza che il loro comportamento e ruolo non deve cambiare nel mondo reale e in quello virtuale. Ugualmente è importante seguirli e giocare con loro nella rete, dandogli indicazioni e consigli, facendoli sentire importanti, quando devono darci loro con entusiasmo dei consigli tecnologici che hanno scoperto da soli o saputo dai loro amici, senza sentirci per forza più in gamba o autorevoli, ma condividendo con loro queste esperienze, perché il nostro esempio, soprattutto quando sono piccoli, è la migliore educazione.

In cambio, la lettura digitale può offrire a genitori ed educatori molto su cui lavorare con i bambini, sia in co-viewing che attraverso l’apprendimento autodiretto, tra cui una quantità incredibile di informazioni da imparare a selezionare e comprendere, attraverso nuovi e molteplici strumenti online, l’accesso a una realtà sociale e culturale più ampia, diversificata e multiculturale, un’esperienza personale multimediale e interattiva, dove vista, udito e tatto vengono messi in gioco nella comprensione più immediata del significato dei testi e delle parole, attraverso video, suoni, immagini, oltre all’acquisizione di nuove competenze nella creazione autonoma di percorsi narrativi nuovi ed originali.

Penso che, educando le bambine e i bambini a “leggere” e vivere le storie in tutte le loro dimensioni, li porti a coltivare quella stessa identica passione anche nei libri.


Ugo Guidolin

Conosciuto anche come Oogo, che era l'unico modo di far pronunciare il suo nome a un computer con i fonemi inglesi nel 1989, ha scritto un sacco di storie per bambini digitali a partire da "Wolfgang il Cyberlupo" (Mondadori, 1995), ma solo una per i bambini di carta: "Sybo il mio amico stratosferico" (Edizioni Paoline, 2010). È partner di Koo-koo Books, si occupa di media education e digital literacy, insegna Antropologia Culturale dei Media Digitali all'Università IUSVE di Verona e Venezia.


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