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La lingua che ci portiamo dentro

…Voglio la linguamamma,
con tutti i suoi bei suoni,
che scalda come fiamma,
e non ha paroloni.

La lingua delle storie,
dette da voci amiche,
latte delle memorie,
forti sapienze antiche…

(Roberto Piumini)

Il 21 febbraio si è celebrata la Giornata internazionale dedicata alla Lingua Madre.

Lingua/casa, lingua/bussola, lingua/memoria: la lingua materna ci avvolge fin dall’infanzia e segna la nostra storia; è per ciascuno di noi la colonna sonora delle storie, dei sussurri e delle coccole, dei sogni e delle prime scoperte. E’ la lingua dell’intimità, il latte delle memorie, come scrive Piumini, che affonda le radici nel tempo e nelle geografie e biografie familiari.

Parlare una lingua significa “portare” ed esprimere la cultura che essa veicola. Significa abitare parole e suoni e allo stesso tempo essere abitati da essi:

“Tutto può cambiare, ma non la lingua che ci portiamo dentro, anzi che ci contiene dentro di sé come un mondo più esclusivo e definito del ventre materno” (Italo Calvino).

Attraverso i primi contatti comunicativi con l’ambiente che lo circonda, i bambini non acquisiscono soltanto uno strumento di espressione, ma anche le regole e le rappresentazioni condivise, i significati e il loro posto nel mondo. Costruiscono giorno dopo giorno la loro identità e la loro storia attraverso quella lingua.

A causa di spostamenti e migrazioni, succede che la lingua madre divenga muta e improvvisamente scompaia, assente dai luoghi della scuola e dell’incontro. Anzi, spesso viene chiesto ai bambini e ai ragazzi che la parlano di dimenticarla e metterla da parte per accogliere le nuove parole. Alcune lingue d’origine sono perlomeno evocate, nominate, riconosciute (lo spagnolo e il portoghese, ad esempio); altre sono invece ignorate; appaiono strane e lontane, dalle forme e grafie “bizzarre”. Dare un nome (corretto) alle lingue significa quantomeno riconoscerle e attribuire valore; ignorare perfino il nome dell’idioma materno significa negarne l’esistenza. Su questo c’è ancora molta strada da fare. Vi è infatti una sorta di svalorizzazione linguistica di fatto o di gerarchia fra le lingue. Da un lato, si considera molto positivamente la condizione di bilinguismo – o di plurilinguismo – se questa è riferita a lingue “prestigiose”; dall’altro lato, non si considera bilingue chi possiede, oltre all’italiano, una lingua materna altra, se questa non gode di uno status prestigioso.

Quando la lingua materna diviene silenziosa, clandestina, marginale, i bambini possono vivere una frattura rispetto alla loro storia precedente, una situazione di perdita, dal momento che il messaggio esplicito che viene loro inviato è che “se non sai l’italiano, non sai, in generale”.

La padronanza di più lingue, qualunque esse siano, amplia invece le frontiere delle possibilità e il mondo si allarga di conseguenza, dal momento che “ogni lingua dice il mondo a modo suo”.

Ogni lingua vale e la “prima” lingua che si acquisisce nell’infanzia non ostacola i successivi apprendimenti, ma, al contrario, apre a nuovi linguaggi e apprendimenti.

Celebrare la Giornata internazionale della Lingua Madre può essere l’occasione per conoscere, riconoscere e valorizzare le lingue di tutti i bambini. Lo possiamo fare invitando mamme, papà, nonni a regalare ai bambini una piccola storia nella loro lingua madre – sia essa dialetto, lingua minoritaria, lingua d’origine – tessendo così un filo di narrazioni che hanno accenti e suoni diversi, ma che raccontano tutte l’allegria e la scoperta, lo stupore e l’avventura, la paura e il coraggio.

Si può attingere al catalogo Mamma Lingua. Libri per bambini in età prescolare in sette lingue, realizzato da Nati per Leggere Lombardia e IBBY Italia. Una bibliografia e un progetto che cercano di creare ponti e crocevia di storie, occasioni di trasmissione e di passaggio da una lingua all’altra. Occasioni durante le quali tutte le mamme possono ritrovare e regalare la loro voce e i bambini possono scoprire che le lingue delle storie sono molteplici e non hanno confini.

Ecco un piccolo manifesto per valorizzare i repertori linguistici di ciascuno.

1. La lingua che ci portiamo dentro
La lingua madre è la lingua del cuore, della casa e delle emozioni; ci avvolge fin dall’infanzia. Attraverso i suoi suoni e le parole impariamo per la prima volta a nominare il mondo, a dare voce alle cose, alle esperienze, agli affetti: “La lingua madre è come il latte materno: non la parli, scorre” (A. Appelfeld).

2. Un ponte tra le generazioni e le culture
La lingua madre ha un impatto importante sulla storia e sull’identità di ciascuno. Attraverso il codice materno, definiamo il nostro posto nella geografia famigliare, costruiamo i legami di filiazione, appartenenze e le relazioni tra le generazioni e con il mondo culturale delle nostre origini.

3. Nella testa di un bambino c’è posto per due (e più) lingue
L’acquisizione e la pratica della lingua madre non ostacolano l’acquisizione e l’apprendimento di altre lingue. Anzi, una buona competenza in L1 sostiene l’alfabetizzazione e l’autostima e si “trasferisce” con il tempo nel nuovo codice.

4. La famiglia al centro
La famiglia e il contesto di vita del bambino hanno il compito e la responsabilità di trasmettere la lingua materna e di costruire le condizioni più adatte per uno sviluppo linguistico positivo e plurilingue. Lo fanno con pazienza e tenacia, senza scoraggiarsi, rispettando i tempi del bambino e grazie a regole chiare di comunicazione nella famiglia.

5. Il plurilinguismo è un diritto e un’opportunità
Ogni bambino ha diritto alla sua lingua madre. Un bambino che cresce con due lingue ha un’opportunità in più; amplia e arricchisce la sua visione del mondo; dispone di più codici per comunicare attraverso suoni, parole, frasi; può conoscere e interiorizzare sistemi culturali diversi e plurali.

6. Parlare più lingue vuol dire aprire la mente
La padronanza e l’uso di più lingue producono flessibilità, apertura, competenze cognitive, dal momento che sollecitano il parlante a:
– riorganizzare il pensiero e il linguaggio secondo gli interlocutori e le situazioni;
– confrontarsi con diverse visioni del mondo veicolate dalle lingue in contatto;
– attivare funzioni cognitive di passaggio, scelta, efficacia.

7. Ogni lingua ha valore
I bambini che conoscono o praticano due lingue sono bilingui, qualunque siano le lingue in contatto. Si tende talvolta a riconoscere la condizione di bilinguismo solo a chi conosce una lingua “prestigiosa” che gode di uno status e di una rappresentazione positiva. Si diffonde così una sorta di glottofobia, di discriminazione legata alla lingua parlata dal locutore e al suo accento. Ricordiamo sempre che ogni lingua ha valore, sia essa diffusa o locale, orale o scritta.

8. Nominare una lingua vuol dire riconoscerla
È importante conoscere quali sono le lingue ascoltate, parlate, e a volte anche scritte, dai bambini. Ed è importante dare il nome corretto alle lingue: nominarle è il primo passo per riconoscerle e dare valore. Una mappa sulla comunicazione in famiglia, interviste reciproche fra bambini, autobiografie linguistiche, albero delle lingue della classe: sono alcune attività e strumenti per coinvolgere i bambini e i genitori e realizzare la fotografia linguistica della classe e della scuola.

9. A casa: raccontare, giocare, leggere…
La famiglia ha il compito centrale nello sviluppo della lingua materna. Attraverso i racconti, le narrazioni e le letture, le canzoni e i giochi… i bambini acquisiscono l’idioma della casa e degli affetti grazie a input coinvolgenti, affettivi, ripetuti e quotidiani. Soprattutto la lettura di libri in lingua madre è un potente e formidabile modo per ampliare il lessico, sedimentare strutture linguistiche, arricchire la forma andando oltre gli usi quotidiani e domestici.

10. A scuola: conoscere e valorizzare il bilinguismo nascosto
La scuola può dare voce e valore al bilinguismo nascosto dei bambini dando visibilità alle lingue attraverso segni e gesti simbolici: scritte e libri multilingui, narrazioni a più voci, riconoscimenti di competenze. In questo modo si passa ai bambini una doppia autorizzazione e cioè che possono coesistere la lingua della casa e quella della scuola, la lingua orale e quella scritta, la lingua della famiglia e quella degli amici.

(Immagine di Francesca Ferri, Parliamoci, GSM Manifesta)

 

 


Graziella Favaro

Si occupa di temi interculturali e linguistici, legati alla migrazione, nei servizi educativi e nelle scuole. Ha fondato il Centro COME (www.centrocome.it); dirige la rivista online SESAMO (www.sesamonline.it) di Giunti e la collana universitaria di Pedagogia interculturale “La melagrana” delle edizioni Franco Angeli. Cura la collana di fiabe bilingui “Storie sconfinate” di Carthusia.


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