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Piccola Parolina

La miseria che c’è qui è veramente terribile

Questo afferma Etty Hillesum nel luglio del 1943, in una delle ultime lettere scritte dal campo di concentramento di Westerbork, in Olanda.

Ebrima ha pronunciato parole simili a quelle di Etty dal cassone del pick-up che attraversava il deserto del Sahara, quando ha visto affiorare sulla superficie delle dune sabbiose i corpi inanimati di persone dimenticate dal mondo; invece Mustafa le ha sibilate, digrignando i denti, all’interno del Centro di detenzione di Abu Salim, vedendo i suoi amici legati in catene e torturati.

Dag le ha gridate a bordo di un barcone affollato, in balia di un mare minaccioso e di una rotta fasulla e, forse, nel campo profughi di Moria, gli occhi disperati della piccola Amira, stanchi di essere esposti alla visione di quotidiane violenze, le hanno sussurrate alla madre.

I miei alunni di quinta elementare devono averle pensate al Binario 21, dinanzi allo sterminato elenco di nomi che si illuminavano a intermittenza sopra la parete posta davanti alle lapidi dei convogli.

– Treves! – esclama Ginevra – come la Liliana del nostro libro!

Già, proprio come la protagonista di “Stelle di panno”, il libro di Ilaria Mattioni, che ci ha accompagnato per settimane con le sue parole fino a condurci per mano in questo luogo.

Piccoli sorsi d’acqua con cui, giorno dopo giorno, abbiamo abbeverato il desiderio di sapere, di crescere nella consapevolezza; pioggia con cui abbiamo innaffiato la delicata pianticella della Memoria.

(“Stelle di panno” di Ilaria Mattioni, Lapis)

“Eppure, alla sera tardi, – prosegue Etty – quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato”.

Camminiamo lungo un filo di notizie e di racconti, di immagini e di filmati, in tempi, come questi, in cui viviamo la disperazione dell’indifferenza. Ed è proprio la parola “indifferenza” ad accoglierci nella penombra del Binario 21. Entriamo nel carro bestiame, attenti a non calpestare la corona di fiori che rende onore alle vittime che hanno popolato questo vagone, e, più che le parole della guida che ci accompagna, a riempire di suoni l’oscurità sono i respiri dei bambini, il battito dei loro cuori.

“E allora dal mio cuore s’innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare – e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo”.

“Una forza elementare”, la chiama Etty. Ed è proprio questa energia, che le esplode in petto, a farmi immaginare Etty, donna adulta, come una bambina. Etty non cede alla tentazione del rancore, crede fermamente che il futuro abbia in serbo per lei, per tutti coloro che insieme a lei vivono la tragedia della guerra e della deportazione, scenari luminosi. Avremo da fare, più tardi; ci sarà un mondo nuovo da costruire.

Anche Nicolò, dentro il Luogo di Riflessione posto al termine della banchina, pensa che un mondo nuovo sia possibile e capisce che è giunto il momento di iniziare a costruirlo.

– Maestro, guarda quei bambini che tengono i piedi sopra il sedile di pietra. Non mi sembra bello. Nicolò ha ragione: recuperiamo la dignità della compostezza, non arrendiamoci al degrado, non abbandoniamoci alla noncuranza.
– Nicolò, vai tu a dirglielo, ma dillo bene. Dillo meglio che puoi.
Nicolò glielo dice bene, glielo chiede “per piacere”; li passa in rassegna uno ad uno e poi è tutto un ricomporsi, un raccogliersi, un sistemarsi per meditare le parole lette, le immagini viste, i racconti ascoltati.

“A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita.”

La nostra visita volge al termine. Percorrendo il corridoio che ci porta verso l’uscita ci imbattiamo nella Mostra dei Giusti: persone che hanno avuto il coraggio di opporre un “pezzetto di amore” dinanzi all’orrore.
– Ha salvato 47 persone! – esclama con stupore Elia davanti al disegno che raffigura Vito Fiorino, il pescatore-eroe di Lampedusa. Così scopriamo che si può esprimere dissenso, ribellarsi di fronte alle ingiustizie, denunciare i soprusi; è possibile levare la propria voce in difesa di chi è debole, esporsi a vantaggio di chi è vittima di discriminazioni, tendere la mano a chi è in difficoltà.

“Forse io sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch’io una piccola parolina.”

Etty Hillesum morirà ad Auschwitz, all’età di 27 anni, probabilmente senza accorgersi di averla detta, la piccola parolina.
Quella piccola parolina, feconda, che ha il potere di innescare dinamiche virtuose capaci di sovvertire l’inerzia lungo cui scorre la vita.

È la parolina di Carola Rackete che forza il blocco navale e porta in salvo decine di migranti stremati dal naufragio.

È la parolina di Olga Misik che sfida il potere del “sovrano” russo leggendo in piazza la Costituzione.

È la parolina di Greta Thunberg che, con la semplicità e l’ostinazione dei piccoli, reclama con forza cure e attenzioni indispensabili alla tutela del nostro pianeta.

Ed è, infine, la parolina di Nicolò che invita, con gentilezza, al rispetto di un luogo che chiede silenzio, raccoglimento, preghiera.

La piccola parolina, quindi, costruisce e ci aiuta e tenere viva la memoria, una Memoria che non è semplicemente ricordo di qualcosa che è accaduto nel passato; è memoria che si fa coscienza, verità, azione, iniziativa, lettura del presente, progetto di futuro.

Una Memoria che si fa piccola parola.

(Poesia e foto dell’autore)


Carlo Marconi

Livornese di origine, vive a Pavia, dove lavora come maestro in una scuola elementare. Ama la scrittura creativa, la poesia e le filastrocche. I suoi libri: "Lo Stato siamo Noi" (Emme Edizioni), scritto insieme ai suoi alunni; "Di quà e di là dal mare. Filastrocche migranti (Edizioni Gruppo Abele).


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