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Come briciole di Pollicino: cercando i sentieri nascosti

« (…) Al contrario della scienza, che spesso ci dà l’illusione di capire ciò che in realtà non capiamo affatto, l’arte ci aiuta a conoscere la vita senza privarla del suo mistero».

Questo diceva William Steig nel suo discorso per l’assegnazione della Caldecott Medal, nel 1970. Una visione che per alcuni aspetti ribalta l’idea di conoscenza basata su un approccio alla realtà logico-razionale e ne propone invece uno poetico-emozionale: sentire il mondo prima che comprenderlo.

Da un punto di vista pedagogico mi sembra un concetto di enorme valore. Gli educatori sanno bene quanto sia importante, negli anni dell’infanzia, costruire nei bambini capacità emotive, sociali, relazionali, sentire gli altri, appunto, prima che comprenderli, competenze che in futuro li porteranno all’acquisizione di capacità come autocontrollo, empatia, adattabilità, molto diverse da quelle logico-deduttive, a cui il percorso scolastico generalmente si interessa. Siamo nell’ambito delle intelligenze multiple di Gardner, le intelligenze “altre” che, insieme a quella tradizionalmente intesa, formano individui in grado di percepire il mondo (il Sé, l’Ambiente, l’Altro) e non solamente di analizzarlo.

Esistono strumenti specifici per sviluppare queste competenze? Può la letteratura costruire una conoscenza del mondo basata su questo approccio? E in particolare, possono i libri per bambini consentire l’accesso a quella dimensione non codificabile (perché pertinente alla sfera emozionale) che siamo soliti chiamare socialità e sulla quale è basato il nostro “stare al mondo” e l’intero sistema di regole civili e condivise?

Credo che i libri per l’infanzia siano uno strumento privilegiato per costruire tutto questo. Non solo perché la narrazione (in particolare quella per bambini) ci avvicina a quelle dinamiche emotive che pertengono alla prima e più autentica percezione del mondo, ma anche perché la semplicità di struttura e di comunicazione di un libro per l’infanzia ci consente di individuare abbastanza chiaramente i meccanismi profondi che attivano tali dinamiche.

A mio avviso, non sono i libri a tema a fare il lavoro migliore in questo ambito; non è necessario che un libro parli di amicizia o di empatia, per avviare un percorso che consolidi o sviluppi capacità socio-emotive. Questo perché il nostro obiettivo non è costruire un sistema di valori, ma gettare le basi di una grammatica emotiva sulla quale un sistema di valori possa essere innestato. E’ necessario che i libri che utilizzeremo lavorino sugli ambiti più profondi della costruzione del Sé, cioè l’identità, la relazione, il limite, il conflitto, il desiderio…

La bibliografia sulla quale negli ultimi anni ho lavorato, e che costituisce la base del modello di analisi che utilizzo oggi, comprende libri che esplorano proprio questi ambiti. Sono albi di alcuni dei più grandi nomi della letteratura per l’infanzia (la qualità della bibliografia è indispensabile per un lavoro di questo tipo) che ci consentono di avviare un percorso molto articolato alla ricerca dei meccanismi profondi sui quali sono costruiti. Il percorso può essere anche molto divertente, perché può “srotolarsi” a scelte e bivi un po’ come i vecchi libri-game degli anni ’80, in cui la scelta di un passaggio o di un altro determina un differente sviluppo della storia.

Cominciando, dunque, un ipotetico percorso da “Pezzettino” di Leo Lionni, ci accorgiamo subito che non sono le tematiche valoriali a interessare l’autore della storia (nella vicenda, l’amicizia o l’empatia, su cui generalmente si costruisce un percorso educativo, non sono quasi contemplate), ma gli ambiti profondi a interessare Lionni, l’identità (il più evidente, Pezzettino è alla ricerca di se stesso), l’inadeguatezza (che Pezzettino percepisce a causa della propria presunta incompletezza), il desiderio (che proprio l’inadeguatezza accende in lui tanto da spingerlo alla sua ricerca). Ambiti che, nella linearità della scrittura di Lionni, interessano da una parte il bambino e dall’altra l’adulto di riferimento. Così, al bambino, Pezzettino offre un cammino di ricerca, di trasformazione, di desiderio di sapere, di capire, di trovare e di trovarsi; un cammino di altissimo valore, che propone con semplicità e chiarezza l’esperienza del sé nelle sue tappe emotive e cognitive, dell’essere se stessi e dell’essere nel mondo. Dall’altra, all’adulto, consegna diverse chiavi di lettura per comprendere il proprio ruolo in questo cammino; ruolo affidato, in questa storia, non solo a “Quello-Saggio” che vive nella grotta, il solo personaggio che ha un’effettiva funzione di guida e di maestro (sarebbe interessante un confronto con il “mito della caverna”, che Platone inserisce non a caso nei libri della “Repubblica”, cioè in una dimensione di socialità, che lega la ricerca del singolo alla comunità a cui appartiene), ma anche a tutta la cerchia degli amici, che consentono al nostro protagonista un cammino individuale, pur non comprendendone il senso e l’esito finale: il ritorno di Pezzettino in mezzo a loro, vede gli amici non comprendere né il senso, né la portata di ciò che Pezzettino ha trovato, ma non per questo non esitano a gioire insieme a lui:

“I suoi amici non erano sicuri di aver capito quello che Pezzettino intendesse dire, però sembrava felice. E così, si sentirono felici anche loro.”

È una scoperta non da poco, sia per un bambino sia per un adulto: la conquista della propria individualità legata non tanto, o non solo, alla scoperta di sé (Io sono me stesso), quanto all’accettazione del suo percorso da parte della comunità, senza che tale percorso debba essere né spiegato né compreso. È quello che, in un contesto differente, Massimo Recalcati propone come elemento-chiave nel rapporto genitori-figli (“Il segreto del figlio'”, Edizioni Feltrinelli). E si torna a William Steig, a quel sentire il mondo (senza necessariamente comprenderlo) alla base del rapporto con gli altri e con noi stessi.

Ecco dunque che gli adulti non sono più solo osservatori del cammino dell’infanzia, ma diventano ingranaggi di un meccanismo più complesso e articolato nel quale si trovano, volenti o nolenti, a far parte.

È evidente che non solo bambini e adulti sono interconnessi in questo meccanismo, ma lo sono anche gli ambiti: soffermandosi solo sui più evidenti, quello dell’identità si intreccia a quello della relazione. Si intrecciano dunque, tornando al nostro libro-game, anche le possibili derivazioni, consentendoci di seguire, nel percorso bibliografico che abbiamo deciso di tracciare, l’una o l’altra strada. Se al bivio identità/relazione, provassimo a imboccare il sentiero dell’identità, potremmo ritrovarci fra le mani un altro libro, “Piccolo blu e piccolo giallo“, sempre di Leo Lionni (Babalibri), che ci offre un secondo grande ingranaggio del meccanismo di ricerca identitaria: la crisi, cioè la disperazione nella quale Piccolo blu e piccolo giallo vengono gettati a causa del disconoscimento da parte dei propri genitori. È una disperazione profonda, una crisi totale, a cui i due protagonisti si abbandonano:

“E piansero e piansero, finché non furono che lacrime”

Una crisi che getta nell’ineluttabilità della nuova e improvvisa condizione. Nel piccolo lettore, così come nei protagonisti della storia, è la disgregazione dell’identità. Ma è proprio ciò che consente sia la comprensione che il superamento di quella condizione inaspettata.

Ecco dunque emergere un nuovo possibile percorso, quello del conflitto: esiste identità senza conflitto? Esiste conquista identitaria senza esperienza di crisi o di dolore (ricordiamo l’etimo di crisi, dal greco krìno, separo, decido, valuto) che consenta di guardare e valutare con chiarezza la nostra situazione per fare ciò che deve essere fatto e andare oltre? È quello che sta alla base non solo del principio dell’adattamento (capacità indispensabile per costruire il pensiero e il vivere civile), ma anche di quella competenza, richiesta a noi adulti in ogni ambito e livello professionale, che si chiama problem-solving.
Ai primi due percorsi, dunque, se ne intreccia un terzo in cui, ancora, i libri tracciano un cammino esperienziale per i piccoli lettori e l’occasione di una riflessione educativa per noi adulti.

Tornando al bivio identità/relazione, e decidendo di imboccare l’ambito della relazione, incontreremmo sulla nostra strada un libro potente e delicato “Chiedimi cosa mi piace” di Bernard Waber e Suzy Lee (Edizioni Terre di mezzo). Una storia semplice, una giornata di un padre e di una figlia fra la casa e il parco, che traccia un’immagine emotiva dell’infanzia in un interessantissimo gioco di domande e risposte.

“Chiedimi cosa mi piace. Cosa ti piace? Mi piacciono i cani, mi piacciono i gatti, mi piacciono le tartarughe…”

È un altro modo per sperimentare la propria dimensione identitaria attraverso una ricerca-non-ricerca, cioè un cammino che non ha lo scopo (com’era in Pezzettino) di sapere “io chi sono'”, ma la volontà di permanere, nei tempi e nei modi dell’infanzia, nel puro piacere di esistere. Non ricerca, ma esplorazionedel Sé. E lo fa nell’ambito della relazione, da una parte restituendo all’adulto il ruolo di testimone delle istanze identitarie in gioco (ruolo necessario al consolidamento del percorso di crescita), e dall’altra rivelandogli la natura più segreta e difficile della genitorialità, ovvero la disponibilità al cambio di ruolo, all’apparente deposizione dello scettro educativo (chi docet è la bambina, non il padre), per vederselo riconsegnare in modo più efficace proprio nello spazio del gioco e della condivisione: “E se ci dicessimo buonanotte?”

Un percorso di questo tipo è idealmente infinito. Sono tanti i bivi e tante le strade possibili, in relazione all’orizzonte che scegliamo, al rapporto che vogliamo stabilire con l’infanzia, a dove, di fatto, l’infanzia vogliamo condurla: perché il gioco sta a noi, a noi cercare le vie e i sentieri nascosti. I libri, in questo, e i libri per l’infanzia specialmente, ci vengono in aiuto. Usiamoli, come tappe, come tracce, come briciole di Pollicino, che non servono a non smarrire la strada, ma, al contrario, a perderla con la certezza di tornare indietro.


Gabriele Clima

Scrittore e illustratore per bambini e ragazzi, ha pubblicato molti libri per diverse fasce d’età, dalla prima infanzia alla narrativa per giovani adulti. Tiene incontri con studenti, insegnanti, educatori, proponendo la letteratura per ragazzi come strumento per leggere e comprendere la realtà contemporanea. È autore di numerosi libri su tematiche sociali quali il disagio, l’integrazione, la diversità ("Il sole fra le dita", San Paolo; "Continua a camminare", Feltrinelli; "Il bimboleone e altri bambini", Edizioni Corsare; "La stanza del lupo", San Paolo; "Black Boys", Feltrinelli). I suoi libri sono tradotti in una quindicina di lingue. Nel 2017 ha vinto il premio Andersen con "Il sole fra le dita" (miglior libro oltre i 15 anni), entrato anche nella selezione IBBY International fra i migliori cinquanta libri al mondo che parlano di disabilità.


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