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Prima di tutto fratelli

Bart Moeyaert è lo scrittore fiammingo che si è aggiudicato quest’anno il premio ALMA, l’ambitissimo Astrid Lindgren Memorial Award 2019, premio Nobel della Letteratura per ragazzi.

Il suo pubblico lo ha potuto incontrare a Milano, prima tappa di un tour italiano, durante una serata a lui dedicata all’interno del fittissimo programma di Bookcity, presenti tra gli altri la sua traduttrice, Laura Pignatti e Della Passarelli di Sinnos, suo editore dal 2016 con Il club della via Lattea, a cui hanno fatto seguito Mangia la foglia (2018) e l’ultimo suo lavoro, Bianca (2019).

La prima cosa è l’essenza, sottile, dell’essere fratelli. E che Bart Moeyaert sia fratello, anche non sapendolo, lo si percepisce in tutti i suoi libri, per quel particolare modo che si ha di stare tra fratelli, che tratteggia senza descriverlo, accennando solo a come si sta seduti su un muretto, di spalle o a fianco, di come pur non parlando i pensieri siano uniti, di come quella presenza muta sia e significhi fratellanza, come quando ti svegli nel cuore della notte e sai, senza una ragione, che nel letto di tuo fratello non c’è spazio per te, non in quel momento, non in quella notte, così come sai, senza saperlo, che non succederà nulla, anche se ti ci infilerai, al massimo, lui ti darà di spalle. Come per Max e Oscar nel Il Club della via Lattea.

Non sai, se non sei fratello.

Ultimo di sette fratelli tutti maschi, Bart Moeyaert racconta, parlando di sè, di non aver sempre ricevuto da piccolo le stesse attenzioni degli altri e quindi di essere stato un bambino silenzioso, di un silenzio carico delle riflessioni dell’osservare il mondo attorno, delle dinamiche tra fratelli, tra grandi e piccoli, imparando ad ascoltare, a sentire anche dentro di sè, che è anche un modo per riempire i vuoti, le parti bianche, gli spazi lasciati da quel silenzio, come in un libro.

Col tempo ne restituirà racconti che hanno il sapore di quei film, dove alla scena, più che alle parole, é lasciato lo spazio narrativo. Ci si sorprende a leggere immagini, senza che le figure vi siano realmente a interrompere le parole di quel linguaggio così economico e preciso, come lo definisce Lidia Pignatti, dove ai silenzi, allo spazio tra una parola e l’altra, tra una riga e l’altra, è lasciato il tempo del pensiero, delle proprie immagini. E questo, che tu sia lettore adulto o in erba.

Così, quel bianco lascia spazio allo stupore di una quotidianità vissuta, conosciuta, descritta con scene limpide, reali, nelle quali ti sei imbattuto se sei grande o nelle quali ti ritrovi ogni giorno se hai l’età dei suoi protagonisti. Se sei Oscar o suo fratello grande Max o se sei Emma, l’amica di tante giornate vuote di un’estate calda, in una città dove solo apparentemente non succede nulla. Niente, fino a che Nancy e il suo cane, Jeckill, non passano più alla solita ora di tutti giorni e ti inventi una storia su quei due, che conosci solo di vista, che diventa un gioco nel quale scopri di essere dentro, come in un pezzo di realtà, come in quei giochi che si fanno da piccoli, dove si vive tutto e in prima persona. Niente, come in un pomeriggio noioso, dove tutta la famiglia si riunisce e tua cugina un po’ tonta, stanca di quel tonta stampato addosso come un’etichetta, decide di mangiarle quelle foglie, che nel gioco sono un pezzo di carne da cuocere, ma che nella realtà sono foglie e anche velenose, come succede a Stina in Mangia la foglia!.

Niente, come un pomeriggio in attesa, in silenzio, perché non c’è posto per il proprio rumore, come in Bianca. Piccoli momenti quotidiani, manciate di minuti, un qui-e-ora e tutto quello che ci sta dentro di immenso e, quando tutto sembra troppo semplice, arriva un pensiero, una frase con poche parole, la potenza dell’esserci e dello spazio bianco. Se chiudo un occhio nessuno lo sente. Nessuno può sentirmi guardare: quella capacità estrema di calarsi nel pensiero dei bambini e dei ragazzi, che l’autore attribuisce alla sua infanzia serena di bambino felice, momento dove tutto era possibile, come in uno dei libri di Astrid Lindgren compagni di quei giorni.

Leggendo Bianca, non si legge il pensiero di uno scrittore e ciò che lui ha voluto scrivere sul suo personaggio, ma quello che passa per la testa di una dodicenne, convinta che non ci sia uno spazio per lei nell’amore e nelle attenzioni di una mamma terrorizzata dalla malattia di suo fratello, nell’amore e nelle attenzioni di un papà con una nuova compagna, nell’essere definita intrattabile e bisognosa di un manuale di istruzioni.

Bianca, un nome che la pronuncia in fiammingo rende duro, ruvido, contrapposto ad Alan, il nome rotondo e morbido del fratello, nel suo desiderare di essere invisibile, si nasconde come un bambino dietro a una tenda che gli lascia scoperti i piedi, uscendo con le chiavi in tasca, per andare a fare una passeggiata e fermarsi dietro, in giardino. Gli occhi chiusi di Bianca nell’ultima di copertina dimostrano la sua fragilità, la fragilità delle sue azioni e l’intenso desiderio di essere abbracciata.


Marina Petruzio

Studiosa di letteratura per l’infanzia, da sempre appassionata di storia dell’arte e del costume, di visivo, materie strettamente legate alla sua formazione. Membro del collettivo “Libri Calzelunghe...letteratura per filo e per segni”, gruppo informale di discussione e scrittura attorno alla letteratura per l’infanzia e per ragazzi e alla promozione della lettura.
Dal 2013 collabora con la rivista Luukmagazine, dove si occupa di una rubrica, Leggere insieme, dedicata agli albi illustrati.
Membro di IBBY Italia dal 2013.


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4 Dicembre 2019
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