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Dopo Pasqua c’è il 25 aprile…

Quest’anno le vacanze di Pasqua saranno più lunghe del solito, staremo a casa più di dieci giorni.
“Sì, è vero! La mamma ha detto che subito dopo Pasqua c’è il 25 aprile e poi facciamo il ponte“.
Sollievo, felicità, eccitazione.
“Ma che cosa si festeggia il 25 aprile?”.
Il fatto che non siano i bambini a chiederlo, ma che sia stato io ad assumere l’iniziativa di rivolgere loro la domanda, mi spinge a riflettere sulle mie responsabilità di educatore.
Talvolta gli insegnanti tendono a colpevolizzarsi e finiscono per rileggere con una certa severità il proprio operato e le proprie scelte.
Possibile che, in tre anni di scuola primaria, non abbia ancora trovato il tempo e l’occasione di parlare ai miei alunni del 25 aprile?
Siamo in Quarta, è tempo di rimediare.
“Il 25 aprile è la Festa della Liberazione!” urla Lisa.
La partenza è ottima. Per fortuna i bambini imparano, a prescindere dalla scuola.
“Sì, è proprio così” precisa Marco “si ricorda il giorno in cui i tedeschi hanno liberato gli ebrei dai campi di concentramento”.
Aiuto!! Mi rimangio in fretta il pensiero appena formulato.
Tante idee, tante notizie confuse piovono dentro l’aula come un diluvio. Spezzoni di racconti, brani di film e brandelli di storie lette e ascoltate si mescolano nell’immaginario dei bambini. Ne esce fuori una sintesi di informazioni frammentarie dove tedeschi e americani diventano un tutt’uno, gli ebrei e i partigiani condividono analoga sorte e la bomba atomica pare essere piovuta dai cieli italiani.
Notizie che, comunque, hanno il merito di riportarci indietro nel tempo, di ricondurci a un’epoca antica, a un passato distante da noi, sì… ma quanto lontano non si sa.
“Stava finendo la Seconda Guerra Mondiale“.
Riprendo fiato e ricomincio a respirare. Finalmente un barlume di speranza.
Si torna a ragionare e, allora, comincio a raccontare ai miei alunni della dittatura e del fascismo, parola che oggi pare essere sempre più ingombrante e quasi da evitare nelle conversazioni con i bambini. Parlo loro della guerra, della Resistenza, del referendum e di quella Repubblica “nata con le gonne”, per usare la felice espressione coniata da Anna Sarfatti.
“Non tutto insieme, non tutto in una volta”, dico tra me e me, ma non riesco più a fermarmi. Così travolgo i miei giovani scolari a colpi di articoli di Costituzione e porgo loro in dono termini come uguaglianza e rispetto, diritti e doveri, pace e solidarietà, quelle parole che fanno bella la nostra Legge Fondamentale.
E mentre narro, spiego e illustro, penso a quanto sia stata resa più povera la scuola elementare italiana da quando ai nostri piccoli studenti è stata negata la possibilità di studiare questa Storia a cui potremmo ancora attingere attraverso la testimonianza diretta dei pochissimi protagonisti tuttora in vita.
Una Storia, quindi, che ai nostri bambini non si racconta più, una Storia che, purtroppo, la scuola trascura, che le famiglie ignorano, che i nonni vanno dimenticando e dalla quale i genitori si tengono a distanza di sicurezza.
Ma è una Storia che vale ancora la pena di raccontare. E vale la pena raccontarla proprio ai piccoli, che hanno il pregio di riuscire ad accogliere le cose con quell’entusiasmo vivo, da cui scaturiscono le passioni più sincere e autentiche.
È una Storia da tenere viva, da non dimenticare, da attraversare fino in fondo per compiere un viaggio alle radici della nostra democrazia e per maturare la consapevolezza che noi proveniamo da lì.

(illustrazione di Marco Paci per IBBY Italia)


Carlo Marconi

Livornese di origine, vive a Pavia, dove lavora come maestro in una scuola elementare. Ama la scrittura creativa, la poesia e le filastrocche. I suoi libri: "Lo Stato siamo Noi" (Emme Edizioni), scritto insieme ai suoi alunni; "Di quà e di là dal mare. Filastrocche migranti (Edizioni Gruppo Abele).


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