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#WeRemember 10 motivi per ricordare

1) Ricordare perché è il modo più audace di guardare

Oskar Schindler, l’uomo che divenne amico dei nazisti per combattere il nazismo e che strappò alla camera a gas migliaia di persone, fu un eroe imperfetto. Spendeva denaro in modo poco oculato, amava più donne, mal sopportava le regole. Ma possedeva uno sguardo limpido e non poté volgerlo altrove per evitare di vedere quello che accadeva intorno a lui. Fu lo sguardo a fertilizzare la sua maturazione interiore, a suscitare in lui il cambiamento che lo avrebbe condotto a un’azione decisa e coraggiosa. Prendere coscienza del passato potrebbe anche significare saper semplicemente guardare nei suoi coni d’ombra così come nei raggi che giungono fino a noi, illuminando in filigrana il presente. Saper guardare non mette al riparo dalla barbarie, dalla violenza e dalla sopraffazione, non garantisce che “non si ripetano più”. Può solo gettare una debole lama di luce sulle creature demoniache che albergano in ognuno di noi e che, se non siamo vigili, sono pronte a risvegliarsi malgrado le fragili serrature in cui le rinchiudiamo.
Più lo sguardo è marginale, lontano dal palcoscenico della storia, più è adatto a cogliere della storia l’essenziale intelaiatura.
Il timore di guardare fu fonte di grande sofferenza anche per le vittime, come ammise Primo Levi nell’intervista di Enzo Biagi su RaiUno del 1982: “Non credemmo a quanto dicevano gli inglesi sullo sterminio degli ebrei. Eravamo stupidi e anestetizzati: abbiamo chiuso gli occhi e in tanti hanno pagato”.
Che cosa oggi non sto guardando? Che cosa non ho il coraggio di guardare?

2) Ricordare perché è il modo più proficuo di dimenticare

Dimenticare non è di per sé negativo. Secondo Ricoeur l’oblio appartiene alla memoria stessa, è una sua forma di energia, senza la quale cesserebbe anche il ricordo. Oggi si rimprovera ai giovani appartenenti alla generazione digitale di fluttuare in un presente eterno, liquido, absolutus e inconsapevole, che tutto fagocita. Quello che manca in effetti è il legame con la storia, con la tradizione, con i padre e le madri fatalmente al di là di quella rivoluzione copernicana rappresentata da internet. Ma i giovani sono i cavalieri del futuro e l’oblio al quale sembrano condannati come un pericoloso incantesimo potrebbe rivelarsi anche uno scudo protettivo, per seminare il nuovo. Nei riguardi della Shoah si oscilla spesso fra due atteggiamenti opposti: da un lato la pretesa di circoscriverne i confini storici e geografici per non contaminarla con altre Shoah, fissandola nella sua distanza temporale in nome di un approccio storico-scientifico. Si vorrebbe pertanto riconsegnare il male assoluto alla polvere del passato nell’illusione che non ci possa più riguardare. Dall’altro la celebrazione insistita, la liturgia destinata a svuotarsi di significato, per richiamare tutte le Shoah e i genocidi che ancora insanguinano il pianeta o mutano il mare in un immenso campo di sterminio. La Shoah diventa spettacolo, rito collettivo, richiamo generico ai valori della vita e della pace minacciati in ogni dove, evento fra molti, che bisogna tenere in calendario, i cui simboli vengono ridotti a meri soprammobili per dare lustro alla propria libreria. La sfida della memoria si gioca proprio in questa Terra di mezzo, fra contestualizzazione storica della Shoah, originata dal nazismo come sistema sociale che, su scala industriale, razionale e moderna, permeava ogni aspetto del vivere comune, e possibilità di dialogo con altre Shoah, frutti avvelenati di diverse culture.

“L’incomprensione del presente cresce fatalmente dall’ignoranza del passato”

scriveva in carcere Marc Bloch nel suo capolavoro, “Apologia della storia”, prima che i nazisti gli negassero l’accesso alla biblioteca e lo fucilassero. E quando oggi si chiudono le frontiere a chi, in fuga da vite insostenibili, vorrebbe approdare sulle nostre coste, come non ricordare i passatori che, simili ai moderni scafisti, dietro compensi esosi promettevano agli ebrei di far attraversare clandestinamente il confine, e poi abbandonavano le vittime nelle mani dei nazisti, intascando anche la taglia sulla loro cattura?
La sfida storiografica, ma soprattutto umana, è accostarsi a una narrazione sempre più veritiera del passato, che possa servire per narrare il presente. Per renderlo più sopportabile. Affinché possa, in qualche modo, guarirci.
Quale voce narrante ha oggi il passato per me, che possa guarirmi?

3) Ricordare perché è il modo più diretto di testimoniare

E quando i testimoni oculari non ci saranno più a chi toccherà testimoniare? In una scuola media la risposta dei ragazzi è stata: “Toccherà a noi”. Le loro parole dirette sono state illuminanti. Alle generazioni che non sono state testimoni toccherà l’onore e l’onere della testimonianza. E “testimoniare” muterà sempre più il suo significato da “attestare il verificarsi di un evento” a “passare il testimone”, “tra-mandare”, “narrare”. A quel punto anche le narrazioni non saranno meno vere degli atti del Processo di Norimberga, ma credibili perché tenteranno comunque di offrire il punto di vista del singolo. Aaron Apelfeld, scrittore israeliano sopravvissuto al genocidio scrive:

“La letteratura dice: guardiamo questa particolare persona. Diamole un nome, un luogo, offriamole una tazza di caffè… La forza della letteratura risiede nella capacità di creare intimità. Quel genere di intimità che ci tocca personalmente”.

Alcuni disegni dei bambini di Terezin abbellivano una realtà atroce. Anche da ciò che non si può testimoniare, che è incomunicabile nasce la testimonianza. Con un’avvertenza, però, come dice Salamov nell’intervista riportata nella prefazione ai Racconti di Kolyma:

“C’è una profondissima non-verità nel fatto che il dolore umano divenga oggetto dell’arte, che il sangue vivo, il tormento, il dolore appaiano sotto forma di quadro, poesia, romanzo. Questo è un falso, sempre. Nessun Remarque restituirà il dolore e la sventura della guerra. Peggio ancora è che scrivere significhi per l’artista allontanarsi da dolore, alleviare il dolore, il proprio dolore, dentro.”

Dopo la leggendaria partita di calcio giocata a Kiev nel 1942 contro i nazisti, passata alla storia come la “partita della morte”, ai pochi calciatori sopravvissuti del Dynamo Kiev fu imposto da Stalin il silenzio. Furono accusati di essere stati collaborazionisti del Reich per avere giocato un campionato, quando i soldati sovietici combattevano al fronte. Molti esaltarono la partita come un’impresa eroica, molti sostennero che non fu mai giocata. Fra celebrazione epica e negazione perentoria di ciò che è stato, ci si prende ancora una volta beffa dei testimoni, si continua a ridurli al silenzio, a non credere loro, come la sorella di Primo Levi che a lungo non credette ai suoi racconti. E ci fu chi tra loro si convinse davvero, forse per non condannarsi a una definitiva solitudine dopo la fine della guerra, di non avere visto ciò che aveva visto.
Di che cosa sono testimone oggi?

4) Ricordare perché è il modo più fedele di chiamare per nome

Oskar Schindler venuto per caso a sapere che alcuni suoi dipendenti erano stati caricati su un treno diretto a un campo di sterminio convinse una giovane guardia, ferma sulla banchina, a liberarli. Ricordava i nomi dei suoi operai a uno a uno. La guardia alle sue spalle commentò più o meno così: “Ma cosa gli interessa? Tanto se tiro giù questo carico, lo sostituisco con un altro”.
Nel ricordare a memoria nomi e volti “a uno a uno” abita il senso dell’eroismo di Oskar Schindler. Ma ecco che la frase del Talmud “Chi salva un uomo salva l’umanità intera” può mutarsi nel suo opposto: chi uccide un uomo condanna l’umanità intera. L’anello che i dipendenti salvati da Oskar gli regalarono, cavandosi dalla blocca i denti d’oro per fonderlo e per incidervi il verso del Talmud, seguita a mandare bagliori incandescenti sull’oggi. Noi italiani ci definivamo “emigranti”, ma preferiamo designare gli uomini, le donne e i bambini che approdano sulle nostre coste con il termine “migranti”, quasi a distinguere fra noi e loro anche nelle pieghe sottili del linguaggio: noi con un volto e un nome, loro come uno stormo privo di connotati, la cui unica identità è definita dal “migrare”, dal non aver dove posare.
Lo straniero è portatore di una minaccia e di una novità, di un “qualcosa in più” che lui sa e noi ignoriamo proprio in virtù del suo arrivare da regioni lontane. Perché dimentichiamo che siamo stati, e lo siamo tuttora, fra i popoli al mondo più “migranti”? E perché dimentichiamo che ogni uomo è una persona costituzionalmente “straniera”, sia a se stessa in quanto ignora il mistero della propria esistenza, sia fra gli altri in quanto abita una terra che non possiede?
A chi, a che cosa oggi non sto dando un nome? Quali vite ritengo meno importanti di altre?

5) Ricordare perché è il modo più avvincente di chiedersi come va a finire la storia

Primo Levi diceva che ad Auschwitz c’erano pochi suicidi, perché gli esseri umani erano ridotti ad animali e gli animali non si suicidano. E quando Enzo Biagi gli chiese che cosa fu a salvarlo rispose:

“Principalmente la fortuna. Non c’era una regola precisa, visibile, che faceva sopravvivere il più colto o il più ignorante, il più religioso o il più incredulo. Prima di tutto la fortuna, poi a molta distanza la salute e proseguendo ancora, la mia curiosità verso il mondo intero, che mi ha permesso di non cadere nell’atrofia, nell’indifferenza. Perdere l’interesse per il mondo era mortale, voleva dire cadere, voleva dire rassegnarsi alla morte”.

Nel campo di Aushwitz, a Clara non bastò più sapere che suo marito e suo figlio fossero in salvo: una mattina all’alba chiese a una donna dove fosse il reticolato elettrificato per gettarvisi contro, come una persona qualsiasi chiede l’indicazione di una via o di una tavola calda. La risposta della donna la sorprese: “Non ti uccidere sul reticolato, Clara. Se lo fai non saprai mai cosa ti è accaduto”. Se lei si fosse uccisa non avrebbe saputo come sarebbe finita la storia, la sua storia. E ancora più che il pensiero del marito o del figlio la salvò la curiosità primigenia di una bambina che, voltando pagina, si chiede come proseguirà il racconto.
Viktor Frankl, autore del celeberrimo “Uno psicologo nei lager”, afferma, citando Nietzsche (“Chi ha un perché per vivere, sopporta quasi ogni come”) l’importanza di dare uno scopo alla propria vita:

“Si può esistere solo nella visuale del futuro”.

Non ciò che io attendo dalla mia vita, ma che cosa la mia vita attende da me? Qual è la mia risposta alla vita?

6) Ricordare perché è il modo più luminoso di sperare

Oskar Schindler aveva fatto installare una vasca da bagno nella sua nuova fabbrica di Brinnlitz e, quando intorno a lui tutto moriva, si immergeva nell’acqua tiepida, accanto ai tubi delle caldaie. Una profuga siriana, a cui è stato chiesto come sia riuscita a resistere in mezzo a tanta morte, ha raccontato che si metteva nelle orecchie le cuffiette e ballava la musica rap.
Ho il coraggio di vivere e sperare quando tutto intorno a me dispera?

7) Ricordare perché è il modo più concreto di fare

Giovanni Borromeo, primario del Fatebenefratelli di Roma, salvò molti pazienti ebrei ricoverandoli in clinica anche se sani. Quando le SS fecero irruzione nell’ospedale per deportarli, il dottore raccontò che erano affetti dal morbo di K, una malattia tanto contagiosa quanto inesistente. A monsignor Montini, preoccupato che il medico si stesse esponendo troppo in favore degli ebrei, Giovanni Borromeo rispose con le parole di sua moglie: “Va fatto? Si faccia”.
Cosa posso fare?

8) Ricordare perché è il modo più onesto di non mentire

Quando la storia muove da una menzogna, non si può che rispondere con un’altra menzogna: Perlasca, Borromeo e Schindler sono stati costretti a mentire. Talvolta il male è il solo bene che ci resta. Ma bisogna sempre tenere presente quanto racconta Liliana Segre nel bel libro “Scolpitelo nel vostro cuore”, (a cura di Daniela Palumbo), a proposito del suo carceriere: “Avrei voluto raccogliere quella pistola e sparargli. Potevo farlo. È stato un attimo, ma poi ho capito. Io non ero come lui. Non ero come il mio assassino”.
Quando mi costringono a mentire?

9) Ricordare perché è il modo più profondo di interrogare

Spesso negli incontri con le scuole i ragazzi mi chiedono cosa possiamo fare perché non accada più. Già udire i giovani porsi questa domanda fa percepire il nostro futuro in mani responsabili. E proprio grazie alla pratica del ricordo. Anche solo sostare in questa domanda, avere il coraggio di fermarsi nel luogo scomodo dove ancora non si affaccia una risposta, che poi verrà declinata diversamente per ognuno, dimostra una certa dose di eroismo. Le dittature, i negazionismi, i falsi storici, i pregiudizi affermano il loro potere vietando di chiedere. Trovano terreno fertile in chi smette di domandare.
Quali facili risposte sto cercando per fuggire il disagio di una domanda?

10) Ri-cordare perché è l’unico modo di “riportare nel cuore”

I fiori appassiscono, ma i sassolini posti sulle tombe dei Giusti a Gerusalemme resistono nel ricordo delle persone. Noi teniamo di nuovo nel cuore coloro che non ci sono più e coloro che non ci sono più tengono nel cuore noi. Ci lasciano un’eredità spirituale e anche loro si ricordano di noi, quando non siamo ricordati da nessuno.


Nicoletta Bortolotti

Nicoletta Bortolotti, nata in Svizzera, vive a Milano e collabora da diversi anni come redattrice, copy editor e autrice presso Mondadori. Incontra studenti nelle scuole di tutta Italia. Ha pubblicato, fra gli altri, i libri per ragazzi Sulle onde della libertà (Mondadori), finalista al premio Bancarellino e vincitore del premio Comoinrosa, In piedi nella neve (Einaudi Ragazzi), finalista al premio Bancarellino, vincitore del premio Il Gigante delle Langhe e del premio Letteratura Ragazzi Cassa di Cento, Oskar Schindler Il Giusto (Einaudi Ragazzi), vincitore del premio Città di Cattolica, e La bugia che salvò il mondo (Einaudi ragazzi). Per adulti ha pubblicato Neomamme allo stato brado (Baldini & Castoldi Dalai), Il filo di Cloe (Sperling & Kupfer), E qualcosa rimane (Sperling & Kupfer), vincitore del premio Leonforte (Università di Catania) e del premio Carver, e Chiamami sottovoce (Harper Collins).


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