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La Shoah ci interroga, oggi

Dal mio piccolo osservatorio sulla Shoah mi imbatto in differenti modalità di approccio alla commemorazione del Giorno della Memoria, istituito nel 2005 a seguito di una risoluzione delle Nazioni Unite. Ci sono, naturalmente, tante e diverse sfumature, emotive, intellettuali, o anche personali. Ma pur nella molteplicità di accenti, intravedo due atteggiamenti di fondo da parte di chi, come me, non è ebreo. Nel primo, la Shoah viene contemplata dentro un più generico fenomeno di tentativo di genocidio: gravissimo, dolorosissimo, ma pure incomprensibilmente elevato nella storia a unico maleficio umano. Mentre i malefici umani sono molteplici, e colpevolmente innominati.
L’altro atteggiamento è diametralmente opposto. Di coloro che considerano la Shoah il dramma umano non paragonabile a nessun altro orrore. Non è comprensibile nessun parallelismo con il presente perché la Shoah è unica. E’ il Giorno deputato al dolore.

La Shoah, di questo sono convinta, è effettivamente la tragedia umana dalla portata storica unica. Per via dei numeri; per via, soprattutto, delle modalità dello sterminio che si consumava con il ritmo e la sequenza seriale di un processo industriale. I lager nazisti funzionavano come una catena di montaggio dove la violenza ripetitiva, la ferocia ossessiva e programmata, era tesa a distruggere innanzitutto la pretesa appartenenza all’umanità, da parte delle vittime. Solo dopo la sottomissione delle coscienze, i carnefici provvedevano, diligentemente, alla distruzione dei poveri corpi. E’ vero, dunque. Credo che la Shoah segni un confine nella storia dell’uomo, c’è un prima e un dopo Auschwitz.
Eppure, non credo che la Memoria debba fermarsi al Novecento: in tanti sentiamo l’urgenza che quella Storia contamini il presente.
Oggi che noi uomini stiamo liberando nella Storia la stessa pericolosa semina che ci ricorda i prodromi di quella tragedia, dobbiamo affidare alla Shoah la parola perché possa essere interprete del presente.

In questi giorni molti di noi si sentono impegnati nel compito di essere custodi della Memoria.
L’impegno assunto conduce inevitabilmente a una domanda/bivio: Perché è potuto accadere? Perché. Perché. Perché.
E’ la domanda che ha tormentato Liliana Segre. Da quando aveva 13 anni e ci precipitò dentro.
“Non sono mai riuscita a rispondere a quel perché”, dice la senatrice Segre a chi le chiede se ha trovato la risposta.
Ebbene, forse quella risposta non la deve trovare Liliana Segre. Ma la dobbiamo cercare noi. Qui e Ora.
Se nell’atto di custodire la Memoria raccontiamo ai bambini e ai ragazzi che cosa ha significato la Shoah dentro la storia, allora dobbiamo trovare il coraggio di cercarla noi quella risposta.
Ce la dobbiamo trascinare, a fatica, fin dentro la nostra coscienza. E quella stessa coscienza la dobbiamo far guardare dentro il Mediterraneo.
Qui e Ora. Mentre scrivo è il 19 gennaio, la memoria di oggi parla di un altro bollettino di morte che ha il peso fisico e morale di 117 persone. Ma non è il primo, non sarà l’ultimo.
Il Qui e Ora, infatti, è stato anche il 2013: un giorno di quell’anno Papa Francesco va a Lampedusa. Guarda dentro il Mediterraneo dove ci sono oltre 30 mila persone annegate, e fa quella domanda, a tutti, anche a se stesso, ed è quasi un grido, che mi risuona dentro, oggi che rifletto sulla Memoria.
Caino, dov’è tuo fratello?
Non lo so, risponde Caino, sono forse il guardiano di mio fratello?
Non è solo la Bibbia a parlare, è la Shoah e il perché di Liliana Segre che risuona dentro quelle parole. E i 117 fratelli di cui Caino finge di non sapere, rifiutando la responsabilità.
Le persone annegate oggi perché non soccorse, quelle di ieri e quelle di domani, sono già la nostra Memoria. E in quella Memoria mi sono immaginata un bambino che non avrà una madre e un padre e un fratello e una sorella. E chiederà: Perché?
Ce lo chiederanno i nostri figli. I nostri alunni. I nostri nipoti.
Perché migliaia di bambini, di ragazzi, di donne uomini e vecchi, mancano all’appello?
Perché decine di migliaia di loro sono seppelliti vivi nei lager della Libia?
Oggi, come nella Shoah, la differenza la sta facendo l’Indifferenza.
Lo diceva Primo Levi. Lo continua a dire Liliana Segre.
Tutti, in certi giorni, abbiamo la tentazione di dirci che noi no, non siamo responsabili. Non chiudiamo noi i porti. Non facciamo noi le leggi. Non abbiamo le mani sporche di sangue, noi no.
E’ esattamente in questo punto che la Shoah torna a parlarci. Con il ricordo di un’altra data. Era il 2016 quando i nostri giornali riportarono una sentenza storica. Oskar Groning, ex ufficiale delle SS, venne condannato a quattro anni di carcere dall’Alta Corte federale tedesca che decretò con quella condanna un fatto nuovo: non importa che Groning non abbia ammazzato nessuno materialmente. Era al servizio del nazismo. Era un burocrate, il “contabile di Auschwitz”, un passacarte. Ma è stato ritenuto corresponsabile della morte di 300 mila persone.
La Corte Suprema tedesca con quella storica sentenza ha decretato definitivamente anche la profonda, illuminante consapevolezza della scrittrice e filosofa tedesca, Hannah Arendt, quando scriveva della banalità del male.

Così, torniamo a noi.
Noi siamo europei, votiamo. Oggi si parla di elezioni europee. Qualcuno di noi ha ascoltato la politica mettere fra le priorità dei loro programmi le decisioni sui migranti? Per esempio sull’alleanza con i libici e i loro lager al servizio dell’Europa.
Anche nella storia della Shoah molti sapevano dell’esistenza dei campi di sterminio, la politica era fra questi: ma aveva altro di cui occuparsi. Ha taciuto.
Forse in quella Memoria di 80 anni fa, però, qualcuno davvero non sapeva. La società civile non era al corrente di tutto. Non tutti avevano modo di sapere.
Ma oggi noi siamo figli del network di comunicazione globale, noi siamo DENTRO la Storia. E se partecipiamo con gioia all’essere uniti nell’Europa degli ideali, allora diventiamo automaticamente partecipi del destino di questi confini, di questo mare. Così come non possiamo fingere di non sapere che gli esseri umani che arrivano da altri confini saranno sempre di più, un fiume inarrestabile, proprio perché li abbiamo aiutati a casa loro, e continuiamo a farlo. Nel modo che sappiamo fare meglio, da rapaci. Sì, non sarà facile e non sarà sempre piacevole. Ma la macelleria europea non può essere una soluzione. Non ce lo possiamo permettere come esseri umani e custodi della Memoria.
O sì?
La Shoah è la Storia che interpella il destino umano.
Non finiremo mai di ascoltarla, perché, paradossalmente, se accadesse, non avremo più speranza di umanità.
Primo Levi è stato dentro Auschwitz e, da come è morto, sappiamo che lui, come molti sopravvissuti, non è più riuscito a uscirne. Eppure, Primo Levi ci ha detto che ci sono uomini fra noi capaci di provare pietà per degli sconosciuti. Di sentirsi oppressi dalla vergogna per il male altrui.

“Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.”
(Da “La Tregua”, Primo Levi)

In questa pagina immensa Primo Levi descrive un sentire umano di potenza inaudita. Una speranza che vale la pena raccontare ai nostri figli.
Levi introduce, così, anche il Giusto. Come ben sa l’associazione Gariwo – fondata da un illuminato intellettuale, Gabriele Nissim – che tanto ha fatto e fa nella scuola per illuminare i Giusti, e con loro il rischio della speranza. Il Giusto è colui che si fa trovare dalla pietà. Sente su di sé la responsabilità del male e non può fare a meno di contrastarlo. Agisce, rischiando la vita. Anche questa storia, i bambini la devono sapere.
I bambini, tutti, chiedono, in fondo, una cosa semplice dentro le nostre storie: la verità. Che non è l’orrore. L’orrore non gli dice nulla. Ma, anzi, moltiplica il nulla. Vale la pena, se vogliamo custodire la Memoria, ferirli con la verità indicibile di Auschwitz; ma solo per raccontare loro la vergogna del giusto di fronte “alla colpa commessa da altrui”. Forse così potremmo un poco, solo poco, riparare a quella Memoria.


Daniela Palumbo

Giornalista e scrittrice per l'infanzia, Daniela scrive di uomini e donne, di ragazze e ragazzi, di bambini e bambine. Spesso racconta temi difficili, nella ricerca della bellezza. Non c'è contraddizione: in tutte le storie difficili gli esseri umani manifestano (anche) la Bellezza. Quella che cambia la prospettiva e modifica lo sguardo. Daniela lavora nella redazione del mensile di strada "Scarp de' Tenis" (Caritas Ambrosiana) e ha pubblicato più di 25 libri per ragazzi con diversi prestigiosi editori italiani tra cui Giunti, Piemme, Mondadori, San Paolo, Einaudi, con cui ha vinto molti premi letterari tra cui il "Premio Battello a Vapore Piemme 2010" per il libro "Le valigie di Auschwitz". I suoi libri sono tradotti in Cina, Argentina, Spagna, Colombia, Turchia, Corea, Cile, Messico, Perù.


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