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Cronache dalla Sardegna

«Un romanzo bello (e, dunque, vero) è sempre il risultato di un supremo impegno morale; e un romanzo falso (e, dunque, brutto) è sempre il risultato dal primo e necessario impegno del romanziere, che è la verità».

Adoro partire da qui, dalle parole di un saggio di Elsa Morante che, definendo il compito di uno scrittore, evoca involontariamente i temi della giustizia, come svela la notazione successiva:

«quello che conta (…) è la fedeltà disinteressata a un unico impegno: interrogare sinceramente la vita reale, affinché essa ci renda, in risposta, la sua verità».

Succede anche a Cagliari di partire da lì, alla biblioteca per ragazzi di Cagliari, durante un incontro di formazione dedicato a Bill, Biblioteca della legalità, la nostra ragazzaccia che non sa stare ferma e se ne va in giro per l’Italia, facendo il comodo suo a dispetto del nome o, forse, proprio grazie a quel nome, da personaggio audace e talentuoso, che risuona nei duelli tanto sulle montagne del Colorado, quanto sui monti della Tolfa.

Partecipano bibliotecari, insegnanti e librai, arrivati da tutta la Sardegna, anche affrontando ore di viaggio. Interessati, competenti, preparatissimi. Un lavoro sulla letteratura per ragazzi portato avanti da decenni, a Cagliari, con costanza e impegno, da un manipolo di bibliotecari. Lo si nota dai libri che ci accolgono, dalla sapienza delle scelte, dalle domande argute, dalle risposte pronte. Una terra dove la cultura letteraria è fortissima, lo si avverte come una sensazione fisica. E il giorno dopo il dialogo è con i ragazzi della scuola secondaria di primo grado. Incontro più impegnativo. Qualcuno fa domande, qualcuno è chiuso in un silenzio adolescenziale, tutti ascoltano la voce dei libri e le parole della Costituzione.

Ogni incontro è una sfida, in questo caso anche un duello, perché ho visto uno dei libri che Silvana Sola ha portato con sé, so che lo leggerà e allora cerco di ritardare quel momento. Perché quel libro mi fa male. Ogni volta, alla lettura di quel brano, non posso impedirmi di commuovermi. Noto che ha messo un segnalibro. Una persona prende in mano il volume e, senza accorgersi, fa cadere il segnalibro, vigliaccamente taccio nella speranza che un inciampo possa ostacolare il destino. Porto il discorso lontano, più lontano possibile, Silvana, serena, parla di libri, di letteratura, legge brani da “Io Bullo” di Guisi Parisi, “Il Pavee e la ragazza” di Siobhan Dowd,; ricorda la figura di Jella Lepman, mostra la nuova edizione de “Un ponte di libri” con la traduzione di Anna Patrucco Becchi.

Ma non si sfugge. La morsa si stringe. Il destino si compie. Silvana prende in mano il libro “La Classe dei banchi vuoti”, lo sfoglia, il segnalibro non c’è, trova lo stesso il punto e legge, infilandomi il coltello nella carne, piano piano, in modo delicato, ma inesorabile.

Giuseppe ha visto quello che non doveva vedere. Ha visto ammazzare Placido Rizzotto, lo ripete in continuazione, gli viene la febbre alta, delira, i genitori lo portano in ospedale, il medico che lo doveva curare lo uccide. Il giorno dopo il suo banco è vuoto, Giuseppe non c’è più, colpa di una “brutta malattia”.

Silenzio.

Il giorno dopo con Silvana visitiamo la cattedrale di Cagliari, scendiamo nella cripta, uno spettacolo inimmaginabile si apre ai nostri occhi: il santuario dei Martiri. Centinaia di piccole nicchie, racchiudono le reliquie dei santi, rappresentati in un bassorilievo colorato, ciascuno con il proprio martirio: due su tutti.
Santa Beneria; impugna un enorme fiammifero alto quanto lei, con il quale si appresta a dare fuoco al rogo che la vedrà martirizzata. San Mauro; inginocchiato con le mani legate dietro la schiena, sta aspettando il colpo d’ascia e guarda in faccia sé stesso, un momento dopo, con la testa mozzata. Un racconto corale, un albo illustrato, di pietra, che si dipana, a leporello, tutto intorno alla cripta, un racconto universale della storia di donne e uomini.

Lasciamo la Sardegna e i “s’ard”, che nell’antica lingua significa danzatori di stelle. Lo imparo dal libro di Sergio Atzeni:

«Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta. A parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti, eravamo felici».


Elisabetta Morosini

Magistrato. Membro dell'ANM, sezione di Pesaro, che è parte del progetto Bill. Con Valeria Cigliola è autrice del libro per ragazzi "La Costituzione in tasca" (Sinnos).


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