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Piccolo diario di Lampedusa (3)

 

23 aprile 2016
All’entrata dell’istituto omnicomprensivo Ettore Majorana-Luigi Pirandello (il primo è il nome del liceo, il secondo delle medie) c’è la riproduzione di Guernica. È stata dipinta sul muro molti anni fa. Fabio è in palestra. Alcuni studenti stanno giocando a pallavolo. Mi chiedono se voglio fare due tiri anch’io. Sono secoli che non tocco un pallone, che non salto contro una rete. Al primo tocco, la palla va alle stelle. Poi, lentamente, riprendo le misure, cerco la posizione e con un po’ di fortuna riesco persino a fare un punto.

In classe mi aspettano con le sedie già messe in circolo. Il nome lo sanno, è scritto sul frontespizio dei libri, ma mi presento lo stesso. Gli racconto la mia storia. Di figlio di emigranti. Delle nostre spartenze e dei miei desterradi. Della tavola per gli assenti che apparecchiava mia nonna durante le feste. Degli inventori sfortunati e dei grandi bugiardi che conobbi da bambino e di come scoprii di essere il nipote del capitano Achab. E infine di come mi ammalai di letteratura.

Alla fine dell’ora hanno molte domande e chiedono alla professoressa di inglese della lezione successiva un altro po’ di tempo. Hai pensato di smettere di scrivere? Che genere di musica ami? Gli dico che in musica ci sono due accenti: battere e levare. Noi occidentali ragioniamo in battere, camminiamo in battere, parliamo in battere. A me invece piacerebbe riuscire a scrivere in levare, in leggero ritardo, mezza battuta dopo, dando così a ogni periodo un movimento imprevisto, quello che i portoghesi chiamano balanço, un ondeggiamento. Perché la musica in cui mi riconosco di più è la bossa nova. Seguendo lo stesso parallelo musicale, finiamo per parlare di Raymond Carver, dei racconti brevi, che in Italia si pubblicano e si leggono poco, ma che sono i più difficili da scrivere. Quelli di Carver terminano prima dell’ultimo accordo, con una cadenza evitata, e restano lì, sospesi. Gli racconto allora la storia di Django Reinhardt e di Garrincha. Un chitarrista monco figlio di un clown e un calciatore con una gamba più corta di cinque centimetri. Storie di chi ha subito un danno, ma intorno a quel danno ha inventato una finta per gabbare la vita.

Mezz’ora dopo sono sul corso di Lampedusa. Chiamo Paola. Ci sediamo a prendere un caffè e una pasta. Un vecchio con i baffi bianchi e la coppola in testa ci saluta, sussurrando un proverbio che ho sentito tante volte da bambino: Come arrinesce si cunta. Come viene, si racconta.
Prendiamo la macchina e andiamo a vedere l’Isola dei conigli.

Al porto alcuni ragazzini africani giocano a palla in mutande. Sono i primi che vedo. Altri migranti sono seduti su uno scoglio, hanno un fazzoletto bianco in testa.
Sbagliamo anche le parole: i migranti approdano, gli eserciti sbarcano, mi dice Paola, citando un suo amico. Ma neppure queste sfumature contano poi così tanto, aggiunge. Vuoi vedere dove approdano? mi chiede. Faccio segno di sì, e lei gira la macchina.
È in cima al porto. Scendiamo. È qui che Paola e gli altri volontari vengono ad accoglierli. Stendono un tappeto, gli portano il tè, li salutano, uno ad uno, gli dicono welcome. È un gesto politico, il loro. Li toccano senza guanti e senza mascherine, ma nessuno si è mai preso la scabbia.

I migranti scendono a piedi scalzi, sotto tre tettoie. I medici gli guardano le dita e la pancia, alzano le vesti anche alle donne, che sono musulmane e che hanno il problema urgente di fare la pipì, ma non c’è un posto dove appartarsi, non ci sono bagni chimici. I volontari sollevano dei teli sulle pietre, le coprono.
La banchina è affollata e divisa in due, quando arrivano le barche. Saranno almeno in cinquanta, tra poliziotti, medici e guardie costiere. Di notte non c’è nessuna luce, solo un gruppo elettrogeno. Sulla parte alta c’è gente che scatta le foto. Sotto ti dai da fare. I volontari sono cinque, sei, sempre diversi. Il primo gruppo di migranti sale su un autobus e parte subito. Gli altri aspettano. Una mezz’ora almeno. Questo è il momento in cui si parla, si sta un poco insieme. I migranti sono anglofoni o francofoni. Spesso sono contenti di essere arrivati, dipende da com’è andata. Ti ringraziano, dice Paola, si mettono a cantare, c’è sempre qualcuno con la maglietta di una squadra di calcio italiana. Ti mostrano come sanno contare nella nostra lingua.

Altri approdi sono invece drammatici. Scendono in lacrime: c’è chi urla, altri sono in stato catatonico. Hanno visto morire uomini, donne, parenti, amici. Lo capisci da come attracca la barca, se sono allegri o disperati. Gli diamo le coperte termiche, continua Paola, i succhi di frutta, le merendine, il tè, portiamo i giocattoli per i bambini. Ma sono loro i protagonisti di quello che accade, sono loro che camminano su un tappeto rosso e noi intorno. Sono loro che stanno facendo una rivoluzione. E speriamo che non si integrino mai del tutto, conclude, ma che ci cambino, che cambino il nostro modo di essere e di vedere.

Proseguiamo, sempre in macchina.
Il paesaggio mi ricorda quello delle isole Aran. La stessa divisione dei campi a muretti di pietra. In qualche zona è stata compiuta un’opera di rimboschimento. Ma gli alberi restano bassi. Crescono in orizzontale. Un gruccione ci passa davanti. Ha le ali blu, il corpo giallo. In alto vola un falco. Potrebbe essere la strada dove cammina Travis, il protagonista di Paris, Texas, il film di Wim Wenders.
Ci fermiamo prima nella baia del Mare Morto, vicino al Faro, poi ci dirigiamo dall’altro lato dell’isola.

Parcheggiamo dopo qualche chilometro. C’è un cancello. Si scende. Paola prende da terra un’erba che si chiama carotina. È strano: la mastichi e senti il sapore della carota. L’isola dei conigli ci appare al primo belvedere. Da un lato si apre una spiaggia di sabbia chiara, il mare è così turchese e trasparente che quando ci nuoti vedi la tua ombra sotto, e ti sembra di volare, mi aveva detto Fabio stamattina, in palestra. La villa che appartenne a Domenico Modugno è a pochi metri dalla riva. Mangiamo delle arancine comprate in paese. Poi da solo raggiungo la terrazza più in basso e scopro l’altro lato della costa. Un panorama così bello l’ho visto solo in Brasile, penso. Si chiama Cala Tabaccara. A osservarla dall’alto, di taglio, la montagna sembra un libro chiuso.

Quando torniamo in paese, ci fermiamo al cimitero.
Le tombe dei migranti sono tutte senza nome. Prima, sulle lapidi di plastica o in alluminio, c’era scritto “migrante non identificato”. Poi Paola si è presa il compito di curare ogni targa, una per una. Ci fa incidere il giorno del rinvenimento del corpo da parte degli uomini della guardia costiera, le cause della morte, se per naufragio o asfissia, dove è avvenuta, vicino a Capo Ponente o nei pressi di Capo Maluk o di Cala Pisana, il sesso e l’età probabile dell’uomo e della donna che vi sono sepolti, tra trenta e quarant’anni, tra venti e trenta, e la provenienza, di probabile origine subsahariana. Le tombe sono mescolate a quelle dei lampedusani. La differenza è che mancano i dati anagrafici, e non è usato il marmo per le lapidi. Tra tante, solo due hanno un nome. La prima è quella di Ester Ada, 18 anni, nigeriana, nata nel 1991, morta il 16 aprile del 2009. A bordo di quell’imbarcazione c’era anche suo fratello, per questo sappiamo chi è.
L’altra è Welela, eritrea. Il fratello vive in Svezia. Welela aveva il diritto al ricongiungimento familiare (quel diritto che gli USA negarono anche ad Anna Frank, respingendo la richiesta della sua famiglia di essere accolti come rifugiati). In Libia, prima di partire, scoppiò una bombola del gas. In molti si ustionarono. Anche Welela. Ma si imbarcò lo stesso, per morire durante la navigazione.
Più avanti ci sono tredici croci a terra di persone morte su un’unica barca. Ci ha pensato il custode. Noi facciamo così, ha detto, anche se non erano cattolici. Ma se avessi fatto in modo diverso, sarebbe stato come dire che sono altro da noi, si è giustificato.

In biblioteca, alle quattro, ci sono molti dei ragazzi che ho incontrato. Mi mostrano come tengono aperta questa struttura. Nel primo tavolo i più piccoli disegnano e giocano. Gli altri, i più grandi, mi mostrano il registro dei prestiti, un grande quaderno a righe, e mi consegnano la tessera della biblioteca. Sopra c’è stampata una bambina che disegna il sole. Ci scrivono il mio nome. Mi chiedono la data di nascita, il telefono, l’indirizzo. È la numero 689, un numero già alto, per quest’isola. Sono stati davvero bravi, in due anni, a rilasciare tante tessere. Gli prometto che la terrò nel portafogli, e ne avrò più cura che della patente. L’ho sempre pensato che la nostra carta d’identità più vera è fatta dei libri che abbiamo letto.

Con i ragazzi parliamo di Torino. Quelli che saranno ospitati dal Salone del Libro sono sette: Matteo (III media, 13 anni), Maria Sole (I scientifico, 14 anni), Silvia (II media, 13 anni), Gaia (II media, 12 anni), Antonino (I scientifico, 14 anni), Dalila (III scientifico, 16 anni) e Angela (II media, 13 anni). Sono eccitati dal viaggio, hanno creato un gruppo whats app al quale mi iscrivono. Ma partecipano allo stesso entusiasmo anche quelli che non partiranno.

Penso alla storia di Jella Lepman. A come rispose quando alla fine della guerra il governo statunitense le propose di coordinare un programma di assistenza per le donne tedesche e i loro figli: “Poco a poco facciamo in modo di mettere questo mondo sottosopra nuovamente nel verso giusto, cominciando dai bambini.” Penso all’insolita richiesta che Jella indirizzò ai governanti di venti paesi. In Germania non ci sono più libri. Li hanno bruciati, insieme alle biblioteche. Spediteceli. Mandateci soprattutto albi di sole figure, che ci aiutino a superare le barriere linguistiche. Libri universali che possano rallegrare tutti. Penso a come si oppose al rifiuto del Belgio di foraggiare l’educazione dei figli di chi li aveva invasi due volte. Se non volete essere invasi la terza volta, gli scrisse Jella, aderite.
Sarebbe contenta, ora, se potesse vedere questi ragazzi. Anche qui, come nella Germania del dopoguerra, fino a due anni fa non c’era un libro. E neppure una libreria o una cartolibreria. Se quest’isola è un avamposto, allora lo è anche questa biblioteca.

Chiedo ai ragazzi che forma vorrebbero dare alla loro isola. Una teiera in mezzo al mare? Una zattera di pietra? Una bambina mi mostra una cartina geografica sul telefono. Lampedusa è una Sicilia in miniatura. Ha tre angoli, e la stessa sagoma. Ci viene l’idea di sovrapporne il disegno a un vecchio volume di cui in biblioteca hanno una seconda copia e di intagliarlo lungo la linea delimitata dalle coste. Così Lampedusa diventerà un libro, dice Orazio. Un’isola a forma di libro. E in fondo è giusto. Perché ogni libro è un porto, e un’isola, e ogni libro si apre come un abbraccio.

Nel tardo pomeriggio con Paola e Anna andiamo all’archivio storico. Due stanze piene di manifesti, pubblicazioni e fotografie. Ci sono tre migranti che studiano italiano. Uno ripete i numeri, e il suo nome. Poi ci legge il primo articolo della costituzione italiana. Viene dal Gambia. Gli altri due dalla Nigeria.
Il presidente dell’archivio storico mi parla della storia di quest’isola, della sua tradizione, di quando qui conviveva pacificamente gente di religione diversa. Lampedusa è stata anche un rifugio di pirati, e un eremo, mi dice. Qui venne a naufragare la flotta di Carlo V. E ci sono buone ragioni per credere che sia l’isola della Tempesta di Shakespeare, l’isola di Coriolano. E tira fuori la fotocopia di un vecchio frontespizio. A disquisition on the scene, origin, date, etc. etc. of Shakespeare’s Tempest in A letter of Benjamin Heywood Bright, esq. (London, printed by C. Whittingham, 1839), del reverendo Joseph Hunter. Curioso. Proprio oggi si celebrano i 400 anni esatti dalla morte di Shakespeare ed è la giornata mondiale del Libro. Non avrei potuto celebrarla meglio in nessun altro luogo, penso.
Hai notato, mi dice il presidente, che il nome di Lampedusa e di Lampione, la seconda isola dell’arcipelago delle Pelagie, inizia con la stessa radice? Lamp. Hanno a che fare con la luce, ripete, o i lampi, e gli occhi gli si illuminano. Mi mostra altre foto. Gli aerei dell’ultima guerra, le bombe che cadono. I trabaccoli, come si chiamano i due alberi a vela che facevano la pesca delle spugne. Le foto di tutte le classi elementari del Novecento. Alcune le ha esposte fuori, e c’è sempre qualcuno che si ferma, si riconosce, cerca di identificare gli altri. Poi Nino mi fa leggere il titolo di un giornale tedesco. È la recensione a un romanzo dove si racconta che Gesù fu fatto scappare dai romani e si stabilì proprio qui, dove fece il pastore. L’ultima cosa me la dice sottovoce. È probabile che pure Cristoforo Colombo, prima di partire per le Indie e per la favolosa isola di Cipango, mi confida con un sorriso largo e contagioso, andò a trovare un veggente che abitava a Lampedusa, un eremita di nome Fra Simon.

A Paola e Melo chiedo qual è la persona più bella che è passata dalla loro casa. Mi dicono un pastore in pensione che parlava con i cani. I cani lo capivano, si avvicinavano al portone. Mai come in quei giorni. Un cucciolo una sera è entrato, e gli si è accucciato ai piedi.

(continua)


Fabio Stassi

Di origini arbëreshë della Sicilia, vive a Viterbo e lavora a Roma presso la Biblioteca di Studi Orientali della Sapienza. Scrive viaggiando in treno fra Viterbo, Orte e Roma. I suoi libri: con Sellerio "L’ultimo ballo di Charlot", tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio Centolibri); "Come un respiro interrotto" (2014); un contributo nell’antologia "Articolo 1. Racconti sul lavoro" (2009); "Fumisteria" (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio); "La lettrice scomparsa" (2016, Premio Scerbanenco); "Angelica e le comete" (2017); "Ogni coincidenza ha un'anima" (2018). Ha inoltre curato l’edizione italiana di "Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno" (2013) e "Crescere con i libri. Rimedi letterari per mantenere i bambini sani, saggi e felici" (2017). E inoltre, "È finito il nostro carnevale" (Minimum Fax); "La rivincita di Capablanca" (2008); "Holden, Lolita, Zivago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari" (Minimum Fax, 2010); "La leggenda di Zumbi l'immortale" (graphic novel per Sinnos ed., 2015); "Il libro dei personaggi letterari. Dal dopoguerra a oggi" (Minimum Fax, 2015); "L'alfabeto di Zoe" (Bompiani, 2016, Premio Giovanni Arpino 2017). Ha collaborato con vari quotidiani e riviste.


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