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La lezione di Jella

 

Alla giornalista tedesca ebrea Jella Lepman, fuggita in Gran Bretagna nel 1936, il governo statunitense propose nel 1945 di coordinare un programma di assistenza alle donne e ai bambini tedeschi: dopo una iniziale esitazione, accettò l’incarico.
Per ricostruire la Germania e avviare una rinascita culturale scommise sui bambini.
La sua storia esprime una forza, di cui talvolta sfugge la reale portata.

L’anarchico svedese Stig Dagerman scriveva riguardo le condizioni del popolo tedesco alla fine della guerra, condizioni che, contrariamente a quanto erano soliti scrivere i giornalisti accorsi in Germania:

“non sono indescrivibili sono profondamente disgustose, ma quel che è disgustoso non è indescrivibile, è solo disgustoso.
Alla stessa maniera si può rispondere all’affermazione secondo cui le sofferenze patite dai bambini in queste cantine divenute vasche sarebbero indescrivibili. Se si vuole le si può descrivere in modo assolutamente preciso, le si può descrivere così: chi sta nell’acqua, davanti alla stufa, lascia le patate al loro destino e va verso il letto con i tre bambini che tossiscono, ordinando loro di andarsene subito a scuola. C’è fumo, fa freddo e si fa la fame in questa cantina, e i bambini, che hanno dormito completamente vestiti, mettono i piedi nell’acqua che raggiunge quasi l’orlo delle scarpe rotte, attraversano il corridoio buio dove c’è gente che dorme, salgono la scala buia dove c’è gente che dorme, poi escono nel freddo e umido autunno tedesco. Ci vogliono due ore prima che la scuola apra (…) Naturalmente non vanno a scuola, sia perché la scuola non è aperta, sia perché andare a scuola è solo uno di quegli eufemismi che il bisogno crea in gran quantità per chi è costretto a parlare la sua stessa lingua. Escono per rubare o per tentare di procurarsi qualcosa di commestibile con la tecnica del furto o con qualcun’altra più innocente, se esiste. Si potrebbe descrivere le indescrivibili peregrinazioni mattutine di questi tre piccoli fino al suono di campanella che annuncia il vero inizio della scuola, poi presentare una serie di indescrivibili immagini delle loro occupazioni sui banchi: come le lavagne di ardesia siano inchiodate alle finestre per difendersi dal freddo, e come al tempo stesso lascino fuori la luce, così che occorre tenere una lampadina accesa tutto il giorno, una lampadina così debole da rendere estremamente difficile la lettura del testo da ricopiare; come si ha la vista dal cortile della scuola, circondata su tre lati da mucchi di macerie alti circa tre metri, macerie di tipo internazionale che servono anche da gabinetti scolastici.
Non sarebbe poi fuori luogo descrivere le indescrivibili occupazioni che riempiono la giornata di chi rimane a casa, nell’acqua, o i sentimenti che prova la madre di quei tre bambini affamati quando le chiedono perché non si trucca anche lei come zia Schultze così da avere cioccolato, conserve e sigarette da un soldato alleato. E l’onestà e la decadenza morale in questa cantina piena d’acqua sono entrambe così indescrivibili che questa madre risponde che nemmeno i soldati di un esercito di liberazione hanno tanta pietà da accontentarsi di un corpo sporco, sciupato è vicina alla vecchiaia, quando la città è piena di corpi più giovani, più forti è più puliti”.
(Stig Dagerman, Autunno tedesco, Iperborea, 2018)

 

Jella Lepman pensò che questi bambini avessero bisogno di ripartire da visioni altre da quelle in cui stavano crescendo: scommise sul potere generativo della letteratura, per superare la miseria e l’abbandono in cui vivevano, e se ne servì. Pensò che i bambini tedeschi non dovessero patire per le colpe degli adulti e avvertiva l’urgenza di offrire loro visioni degne dell’infanzia, visioni di pace, rispetto, amicizia, gioco: non solo per contrastare i principi di arianesimo, con cui erano state nutrite le menti di bambini e bambine, ma anche per offrire loro lo slancio vitale del sogno, che le immagini alimentano. Volle, e realizzò, una mostra itinerante tra le macerie, una mostra di libri e disegni.

Portare avanti la lezione di Jella Lepman, penso significhi scegliere di restare umani.

Condizioni analoghe a quelle descritte da Dagerman sono vissute in tante parti del mondo, e solo in misura irrisoria arrivano in Italia, in mezzo a sofferenze che alcune voci hanno raccontato, tra le altre: Alessandro Leogrande (La frontiera, Feltrinelli, 2015), Armin Greder (Mediteraneo, Orecchioacerbo, 2017), l’artista dissidente Ai Weiwei con il film documentario Human Flow, che richiama l’attenzione su quei 65 milioni di persone in fuga da conflitti, dittature, povertà, persecuzioni, calamità naturali. 

Oggi, in questo mondo, 70 muri respingono con brutalità bambini, giovani, adulti e anziani, alla fine della seconda guerra mondiale erano 11!

Per contrastare la cultura dell’odio, l’analfabetismo sentimentale, la povertà culturale ed educativa, che crescono, in Italia come nel mondo, con populismi ed estremisti di ogni sorta, possiamo e dobbiamo ripartire da istruzione ed educazione.

In Europa stringe il morso della paura, dai Balcani al Mediterraneo, dalla Spagna alla Russia. La paura è nemica della solidarietà, porta all’individualismo e all’attacco preventivo, all’isolamento e a espressioni brute di indifferenza.
Con i libri e con buone pratiche di accoglienza possiamo costruire per l’infanzia e con essa edificare isole di senso e comunità. Imparando ad esercitare l’intelletto, come scriveva Gramsci nel 1917:

“libertà di pensiero non è libertà di errare e spropositare”.

(Antonio Gramsci, Odio gli indifferenti, Instant Book, 2011)

Mettersi nei panni degli altri per capirli, o indossarne le scarpe. I libri consentono questo e molto altro. I libri sono palestre di educazione sentimentale e civica.


Francesca Romana Grasso

Pedagogista, dottore di Ricerca in Scienze dell’educazione, studiosa di Letteratura per l’infanzia, si occupa dal 1996 di formazione, progettazione e consulenza in ambito educativo, sociale, sanitario e culturale. Conduce progetti formativi ed eventi nell’ambito della promozione della lettura, in particolare bibliotecari, librai, insegnanti, educatori. Collabora con riviste e blog di settore. Presiede l’associazione Edufrog aps. Curatrice di eventi e iniziative culturali quali il Festival per l’infanzia e le famiglie Family care (Brescia) e il concorso internazionale Illustrazioni in movimento, accompagna la nascita di gruppi di lettura (Liberabimbi, gruppo di lettori volontari in pediatria e Leggiamo insieme? presso la biblioteca comunale di Buscate). Ha scritto a quattro mani con Alice Gregori un Manifesto di Alleanze educative e di cura (www.educative.it) e coordina le attività di ricerca, formazione e scambio che intorno a esso si animano.


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