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Cos’è la letteratura per ragazzi?

La letteratura per ragazzi è… letteratura. Ed è così.

Esistono, però, delle differenze fra la scrittura per adulti e quella per l’infanzia e i ragazzi.

Provo a tracciare alcuni elementi nei quali intravedo confini e incontri.

In comune hanno le eterne, grandi questioni della vita, che percorrono tutte le storie scritte: l’amore, la guerra, la morte, l’amicizia.

A cambiare è lo sguardo che noi autori per l’infanzia posiamo sull’amore, sulla morte, sulla guerra, sull’amicizia. Perché è lo sguardo che contiene il punto di vista del bambino. Uno sguardo che abbiamo il privilegio di conservare, ma che ci interroga anche come adulti. La narrazione del mondo dal punto di vista del bambino non confeziona risposte, ma può moltiplicare dubbi e attese.

Una delle differenze che intravedo è nel linguaggio. La letteratura per ragazzi ha un linguaggio universale, perché sa parlare ad adulti e bambini, a qualunque latitudine. Il viceversa è più difficile.

Anche l’età del destinatario ha delle conseguenze interessanti nell’ottica delle differenze. Il lettore bambino è un essere umano in divenire. Sì, d’accordo, siamo tutti in divenire, anche noi adulti, ma per un ragazzo è diverso. Si tratta di dare radici alla propria identità, che rischia di frantumarsi nella difficoltà di vivere la complessità della realtà. La posta in gioco è, dunque, capire qual è il proprio posto nel mondo. Che non è banalmente capire il proprio, utile, posizionamento dentro l’esistenza umana. Ma in gioco ci sono le tracce che decideremo di lasciare lungo quel passaggio. D’altronde, è sempre il viaggio che conta, non la meta.

L’incontro con un libro può essere determinante? Certo che sì. Una storia è determinante per illuminare zone d’ombra a cui non avevamo dato significato, per cercare dentro di sé parole nuove: e sono le parole che costruiscono il pensiero, ogni parola nuova che nominiamo è un pezzo di realtà che scopriamo, inventiamo, liberiamo. E’ capitato a molti di noi, nell’adolescenza (o giù di lì) che la lettura di un romanzo ci sembrasse un viatico importante per il nostro futuro. E non è un caso. A quell’età un libro arriva a toccare i fili che portano la corrente dentro un universo emotivo e cognitivo, che si sta lentamente formando. Sono le parole nuove che aspettavi, sono i punti di vista diversi, che nessuno aveva mai illuminato.

Per uno scrittore è una responsabilità importante, bella, da tenere presente, sempre.

In effetti, la parola chiave della letteratura per ragazzi è: formazione. Sono convinta che tutti i romanzi per ragazzi (buoni e cattivi, ahimé) siano romanzi di formazione. Un libro nelle mani di un bambino mette in atto un processo di narrazione del mondo che diventa un vero e proprio percorso di educazione sentimentale, oltre che di lettura critica del reale. Non intendo dire che si debbano leggere libri dove assimilare un modello edificante e monocorde. E nemmeno che solo i libri con argomenti complessi, difficili, siano ascrivibili alla formazione. Anche l’ironia, la leggerezza, la letteratura distopica e quella fantasy, quella d’amore, quando è intelligente, trovo che possano avere un valore formativo in chiave positiva. L’importante è che siano libri capaci di parole che restano, che meravigliano, che sappiano precipitare dentro il cuore, e in fondo all’animo, facendo intuire mondi inesplorati dentro di sé.

Un’altra differenza sono i finali. Fino a pochi anni fa, nei libri per ragazzi, c’era prevalentemente il lieto fine. Adesso emergono finali negativi. Anzi, siamo all’esposizione a mo’ di catalogo del male e della potenza di quest’ultimo. La mia impressione, poco condivisa dagli esperti in realtà, è che ultimamente si faccia a gara, nei romanzi per adolescenti, a superare i confini emotivi, nel bene e nel male, in quest’ultimo soprattutto. Il finale dove il male sovrasta ogni umana capacità di riscatto e di ribellione, è dietro l’angolo. Tutto è ineluttabile, dunque nessuna reazione umana che sovverta la realtà appare sensata. Accade spesso che questi libri arrivino dal mondo anglosassone. E, naturalmente, hanno grande fascino per un adolescente. Il male ineluttabile ha grande ascendente su un universo in formazione, con mille paure a cui fare fronte: è rassicurante pensare di non poter essere io, proprio io, agente di cambiamento nel mondo. Ma questo è un discorso che meriterebbe un capitolo a parte.

Infine, mi chiedo: ma è davvero così importante il finale di una storia, per decretare se un romanzo è bello, oppure no? Tutto sommato, credo di no.

La bellezza di certi libri non ha niente a che vedere con il finale, ma è data dalla potenza dei sentimenti che ha generato durante tutto lo svolgersi della storia. Nel libro di John Green “Colpa delle stelle” il protagonista muore, ma questo avvenimento doloroso non cambia il fatto che resta un buon romanzo di formazione, compiuto e complesso, perché è tutta la storia che ti consegna la speranza, l’utopia e la bellezza. Il finale è semplicemente coerente. E certamente non è poca cosa!

Quello che fa la differenza non è tanto il finale quanto la visione generatrice dello stesso che si manifesta nel punto di vista dei protagonisti, lungo tutto il libro. A mio avviso, l’ elemento che non dovrebbe mancare dentro un libro per ragazzi è la speranza. Intendiamoci: non il vagheggiamento di un lieto fine a tutti costi, ma una visione del mondo, in cui le persone visionarie e fragili possano avere voce, abbiano la forza necessaria per tentare di cambiare il mondo. La speranza è una rivolta, è un rischio, è rivoluzione, non è un regalo. Accade che raccontando la contemporaneità a un bambino o a un adolescente, gli si mostri anche l’orrore. Lo si fa sempre più spesso. Ma bisogna fare attenzione. A non indugiare, a non mostrare la cronaca. Raccontare l’orrore è facile. Difficile è fargli intravedere in quell’orrore una via d’uscita, un riscatto, un’utopia: la speranza appunto. E’ la parte più complicata per uno scrittore perché deve essere credibile. Non c’è niente di più brutto di un libro edificante. Allora smette di essere formazione, smette di essere letteratura.

Mi sono convinta che la narrazione della contemporaneità si configuri anche come educazione sentimentale quando ho letto poche righe di Erri De Luca. Le sue parole, a mio avviso, segnano un viatico per la letteratura e in particolare, per noi, che scriviamo letteratura per l’infanzia. Per me è diventato un divieto, severissimo, a evitare di indugiare nell’emotività e nel didascalico.

“Fai come il lanciatore di coltelli che tira intorno al corpo.

Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare. Distraiti dal vocabolo solenne, già abbuffato, punta al bordo, costeggia,

il lanciatore di coltelli tocca da lontano

l’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo.”

(da Erri De Luca, “L’ospite incallito”)

 

(Illustrazione di Massimo Caccia per IBBY Italia)


Daniela Palumbo

Giornalista e scrittrice per l'infanzia, Daniela scrive di uomini e donne, di ragazze e ragazzi, di bambini e bambine. Spesso racconta temi difficili, nella ricerca della bellezza. Non c'è contraddizione: in tutte le storie difficili gli esseri umani manifestano (anche) la Bellezza. Quella che cambia la prospettiva e modifica lo sguardo. Daniela lavora nella redazione del mensile di strada "Scarp de' Tenis" (Caritas Ambrosiana) e ha pubblicato più di 25 libri per ragazzi con diversi prestigiosi editori italiani tra cui Giunti, Piemme, Mondadori, San Paolo, Einaudi, con cui ha vinto molti premi letterari tra cui il "Premio Battello a Vapore Piemme 2010" per il libro "Le valigie di Auschwitz". I suoi libri sono tradotti in Cina, Argentina, Spagna, Colombia, Turchia, Corea, Cile, Messico, Perù.


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11 luglio 2018
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